26.5.03

Lego fuso

Kieran Hebden invece è laureato in computer science. Scatta l’identificazione. In un mondo di banali seguaci del Mac, è fedele al pc. Col pc era più facile piratare i programmi e infatti usa ancora Cool Edit, AudioMulch e Cakewalk. Kieran Hebden suona nei Fridge, ma ha anche una carriera parallela da solo. Lo hanno chiamato i Radiohead per i remix del nuovo disco. Lo ha chiamato Beth Orton, Kieran sarà il suo nuovo produttore e forse il nuovo disco di Beth Orton sarà bellissimo. Kieran Hebden è Four Tet.
Rounds vive di circolarità, ma le sue canzoni non iniziano così come finiscono. Usa pochi elementi, ma non dite che è minimalista, c’è una sommessa grandezza bionica fatta di corde, acciaio e memoria nelle sue dieci tracce. Dici ciclico, ma poi sei sopraffatto dalle sue addizioni che sembrano non guardarsi in faccia, ognuna col suo tempo e con la sua storia diversa. Somma di frequenze fondamentali. Gli strumenti etnici vengono spogliati delle loro allusioni geografiche: koto, kalimba, gamelan e arpe presi chissadove, privati delle loro scale, non alludono a spiagge, Tropici e città proibite. Hebden non li vuole esotici, ma non elimina del tutto la loro pastoralità, proprio per opporla organicamente al rumore della metropoli. Le melodie sono la cosa meno importante in tutto questo: il disco vive di intrecci.
L’inizio spiega tutto più che le parole. Battiti aritmici su cui si impianta una sequenza jazz pseudocasuale su cui entrano dei piatti che prefigurano una corsa e invece ti arriva una battuta hip hop. Suona come un’orchestra che accorda gli strumenti. She Moves She ha un ritmo che non vuole ragioni e una melodia che rimpiange, i due sono nella stanza, ma lui le ha già voltato le spalle. My Angel Rocks Back And Forth si ripete su rumori spazzolati fino all’ingresso di epiche chitarre rovesciate. Spirit Fingers è traffico e frenesia a strati. Unspoken rimanda al DJ Shadow più ispirato, col suo piano che cita Winter di Tori Amos e il suo sassofono strozzato. Battiti di mani e funky, As Serious As Your Life. E poi il pezzo da cui non mi riesco a staccare: And They All Look Broken Hearted. Il koto è oscenamente sovraesposto rispetto alle batterie, ma io sono stregato da quelle asimmetrie. Altro che jazz, qui si va sull’imprinting, su me che a tre anni battevo il fustino rotondo vuoto del Dash, quello che ora non si vede più in giro, e il coperchio di una pentola con cucchiai o penne o bacchette staccate da qualche parte. Poi mi hanno regalato una batteria giocattolo e non era lo stesso e non sono diventato un batterista. Chiude Slow Jam, con ripetizioni in salita, e interferenze e paperelle di gomma.

La nuova Europa: Eurofestival

Gli italiani non lo guardano, lo so, ma l’Eurofestival è un appuntamento interessante per avere il polso della musica continentale. In Polonia hanno addirittura organizzato delle primarie per decidere il proprio concorrente. Nonostante tra gli artisti in gara avessimo sponsorizzato Wilki e Various Manx, il popolo polacco ha scelto gli Ich Troje. La loro canzone strappa-lacrime intitolata Bez Garnik, in tedesco Keine Grenzen, non è andata oltre un anonimo settimo posto. E così quest’anno ha vinto la Turchia: insomma, c’è sempre qualcuno più nuovo di noi.

Keep in touch

Martina continua a cantare come solista? I Pernice Brothers sono usciti col nuovo disco? E io dov’ero?

Meglio di MEV

Sergio Cammariere oggi è a Palermo e mi sono detto: ma se lo fermo davanti al teatro all’uscita delle prove mi concederà un’intervista? Sorpresa delle sorprese, eccola.

1. Blah blah blah blah blah blah blah blah blah blah blah blah blah blah blah blah blah Sanremo?
Guarda, blah blah blah. Blah blah blah, blah, blah timido e schivo. E invece, blah blah blah blah.
2. Una sorpresa. Blah blah. Blah. Blah blah blah blah blah Tenco o Conte?
Beh, blah blah blah blah blah, blah blah blah anagramma. Blah blah blah blah blah Ciampi. Blah blah blah blah della Repubblica.
3. Blah blah vino. Blah blah blah Jarrett, Gaber, Trenet, Gigi Sammarchi?
Io amo blah blah blah blah blah blah blah blah. Blah blah blah blah blah Bindi e De Andrè. Blah blah blah blah. Blah blah blah blah Andrea Roncato.
4. Blah blah. Blah blah blah jazz?
Blah blah blah blah blah blah blah blah locali fumosi. Blah blah blah Gianmarco Tognazzi, blah blah. Blah blah blah blah blah blah blah blah blah blah blah blah blah blah blah blah blah. Blah Blah Nonna Papera.
5. Blah. Blah blah blah blah blah. Blah blah Palermo?
Blah blah blah. Blah blah mare vicino.
6. Blah blah blah blah blah!
Blah. Blah blah blah blah.
Blah.
Blah blah.
©FFWD2003

Oggi

Nomi.

La canzone del giorno

Fast Forward - Lali Puna

23.5.03

Char Kway Teow II

Dan Snaith è PhD in matematica pura e giuro che non voglio cominciare da qui per parlare di calcoli, anche se a volte vorrei condividere il problema inverso di Galois, quello in cui si studiano dei gruppi rispetto alla loro validità come gruppi di Galois di un’equazione differenziale definita su una certa varietà - e noi usiamo questa cosa per le reti con degenerazioni topologiche. Dan Snaith è Manitoba e, dopo un primo disco di discreto lavorìo al laptop, al suo secondo Up In Flames ha raccolto consensi quasi unanimi. Partiamo allora da chi non è d’accordo in questa piccola rassegna. L’unico fuori dal coro è stato Q che ha definito il disco, guarda te, con una formula matematica: il cantato di Don’t Stop degli Stone Roses + strati di campanelli + cani che abbaiano + batterie rumorose = casino. Gli altri si sono lanciati in lodi più o meno convinte, ricolme soprattutto di nomi e ognuno ha evidenziato ciò che ha riconosciuto di familiare nel disco, sia che fossero le batterie col timbro alla Hal Blaine o il revival dei primi Settanta alla luce degli Ottanta suonato nei Novanta dagli Spiritualized. E in mezzo di tutto, perché Dan Snaith ha voluto così.
Nel disco Manitoba schiera una sezione ritmica con due batterie come detto molto trattate e chitarre e campanellini e rane e qualcosa campionato ma che suona come un piffero e le voci con strati di riverberi ed echi che le anticipano alla maniera delle chitarre dei My Bloody Valentine e i cagnolini. È tutto un e, come una serie divergente. Casino alla maniera di Tomorrow Never Knows o di Let Forever Be? I riferimenti sono molti, troppi, adagiati uno sull'altro: qui le voci a là Beach Boys o a là Byrds, lì un maligno arpeggio con cara prudenza, il modernariato di certa Beta Band, la somma di saturazioni cara agli shoegazers e un pizzico di elettronica che sta lì solo per caso, eh.
Certo c’è quel tentativo di utilizzare la scrittura come segreta burattinaia del casino: niente strofe e ritornelli e le esplosioni devono comunque arrivare e arrivano. E alcuni pezzi prendono, quando la ritmica scatta in fuga. Però. Però sembra un giocattolo per critici e ai primi ascolti si torna indietro per vedere se non l’aveva già fatto prima quasi uguale in un’altra canzone. E sembra un piatto troppo condito. Anzi, quasi il rifacimento di un piatto troppo condito.

Come sarebbe stato il mondo se

Brian Wilson suonerà dal vivo in Inghilterra i pezzi di SMiLE, il disco che doveva essere il seguito di Pet Sounds e che invece non uscì mai.

Extravaganza

Whatever And Ever Amen - co’ tutte ‘ste chitare e ‘ste bocce de fora: Parodeities, il rock canta la Bibbia (disponibili anche i testi!).
Cintura nera - Steely Dan: Dokaka, un pazzo scatenato giapponese che ha registrato delle versioni acappella di alcuni classici, imitando anche gli strumenti (per registrarsi basta una finta e-mail).
Sgt. Hetfield Motorbreath Pub Band: Beatallica, a volte è soltanto questione di arrangiamento.
Dub Will Tear Us Apart: Jah Division, un punto a favore per il proibizionismo.

Oggi

Non lì, ma qui.

La canzone del giorno

Strange Days - The Doors

21.5.03

The whirl of schoolboy tribulations are lifted only by cheaply recorded noise

Come sapete, Morrissey ha scelto le sue canzoni per la compilation Under The Influence. Andate a leggervi quello che ha scritto sulle note di copertina. Siccome non tutti lo faranno, qui sotto cerco di farvi venire voglia con le parole su Nico:

On the flipside of happy, the Nico net caught me early. Her voice equaled the sound of a body being thrown out of a window – entirely without hope, of this world, or the next, or the previous. Onstage, she moved like a big bleak creaking house, never once altering the direction of her eyes. I am in love. Her harmonium heaves and swells like crashing waves answering each other. If Nico could’ve laughed, she would’ve. But she couldn’t, so she didn’t.

Sandòkan

La Guia e Paolo.

Smash and Concrete Hits

I dieci migliori pezzi di musica concreta (o quasi) secondo Drew Daniel dei Matmos/Soft Pink Truth.

A silver plated Zion presents Sk8er Boi II / Bowie Reloaded

David Bowie si farà produrre il nuovo disco dai Matrix, quelli che hanno prodotto Avril Lavigne.

Oggi

Concretezza!

La canzone del giorno

Psyché Rock - Pierre Henry

20.5.03

Odissea

Lou Reed ha fatto a pezzi un altro intervistatore. Che poi uno si chiede: perché rilasciarle, le interviste?

Hail to the mastered

Le versioni finali e definitive di Hail To The Thief sono in giro nei soliti canali e le riconoscete dai vari proper, final e master. Le differenze si sentono anche con orecchio non particolarmente allenato. Echi, riverberi e panning garantiscono una maggiore spazialità del suono, mentre per quanto riguarda le aggiunte si sono limitati ai suonini elettronici. Attenti ai doppioni.

Autobus

Il suddetto mezzo di trasporto nei video musicali.

Oggi

Nuvole passeggere.

La canzone del giorno

Psychotic Reaction - Count Five

19.5.03

It was red o’clock the morning after the night before e ti arrendevi al colpo di coda dell’Autoritas governativa

I dreamed that you bewitched me into bed
And sung me moon-struck, kissed me quite insane.
(I think I made you up inside my head.)


Arriva il momento in cui non è lecito sottrarsi alla realtà che ti circonda. Niente toni abbassati, è ora di colori accesi nella notte, anche se hai notevoli difficoltà a entrare nell’ottica di quelli che hanno capito tutto o forse in qualsiasi ottica. Anche se sei nato troppo tardi per capire gli istant movie del giovedì di Retequattro. Anche se ti chiedi perché, se siamo negli anni Cinquanta, non ci sia il boom economico intorno a te e ti viene voglia di bruciare le statistiche sull’occupazione dei neolaureati in Ingegneria. Sei nella notte di Qualcosa, con la maiuscola. Ti dici che è arrivato il momento, quello buono, quello in cui tirerai fuori quel consiglio ricevuto sabato 22 Marzo, ore 9.27. Non l’hai fatto prima, perché? Perché non ascolti consigli, chiaro, ma ora il mese, l’anno, il secolo lo impongono.
Il gruppo si chiama Meanwhile, Back In Communist Russia e My Elixir; My Poison è il tuo disco della notte di Qualcosa, per Maggio. Sei verticale, mentre ne scrivi, ma vorresti essere orizzontale, mentre l’ascolti. Avevi tredici anni quella notte e il giorno dopo ne parlarono a scuola. Sei tornato ancora più indietro. Dicono che Emily Gray sia una specie di Sylvia Plath, per via delle sue parole sparse sulle ragnatele di questo disco, parole a metà tra diario e note da un messaggio d’addio prima di un suicidio. Le tese ragnatele solo in apparenza si disinteressano delle sue parole. Flash (o flesh?) e il piano si ripete in Anatomies, sempre uguale e sempre più sgraziato. E sull’unico strumentale puoi recitare davvero Mad Girl’s Love Song.
No, non è la risposta femminile agli Arab Strap. Non è nemmeno Aidan Moffat che parla su Young Team dei Mogwai. Non sono nipotini di Nyman e cuginetti dei Prolapse e fratellini dei Sonic Youth e figliastri degli Swans, nemmeno vicini di casa degli Slint. Dicono che il loro primo disco, Indian Ink, fosse il gran disco di una band senza futuro. Dicono che la luce alla fine del tunnel è quella di un treno in corsa. Ma voi credete a quello che dicono? Io intanto vado a letto con una lanterna cinese perché ho paura del buio, nella notte di Qualcosa.

Lights! Camera! Action! Music! Femme!

La mia sporca cinquina parla di ragazze che trasformano il set in un palcoscenico e delle loro canzoni. Niente musical ed esibizioni rigidamente (o quasi) diegetiche. Cinque film, cinque scene, cinque palcoscenici, cinque canzoni, cinque ragazze nello spazio di un quinquennio importante. La trovate sul blog di Massimo Bernardi.

Sparate sul piano-barista

T-La si interroga sulla catena Sgalambro-Battiato-Morgan e si chiede chi, alla fine della catena, adorerà Morgan. Fortunato, eh, io mi sto interrogando su chi starà al fondo della catena dopo i Soerba.

P.S.: per la comprensione del titolo è necessaria una conoscenza degli sfortunati esordi del Castoldi.
P.P.S.: anticipo eventuali scoop scandalistici di Libero o de Il Giornale; ho in casa due cd dei Bluvertigo per il solo piacere di non aver completato la trilogia chimica.
P.P.P.S: qualcuno oltre me ricorda quella puntata di Corto Circuito in cui Morgan parlava a nome dei giovani musicisti rock italiani?

Go West, Mae West

Maria Celeste Crucillà è chiara a tal proposito, su Oggi. Bisogna rompere le convenzioni. Però è comodo a volte. Ieri per esempio ero al ristorante per la festa di una mia cuginetta per la sua prima comunione e cantavano due piano-bariste. Una delle due si è avventata diverse volte tra i tavoli cercando qualcuno che cantasse il ritornello di canzoni non troppo difficili dal punto di vista della capacità urlatrice dell’invitato. Siamo i Watussi, siamo i Watussi e la piano-barista ha preso di mira il mio fratello medio, che però non si è prestato e non ha fatto nemmeno una malafigura, dato che il grosso degli invitati ballava incurante sulla pista poco distante. Certo, la piano-barista era molto probabilmente più giovane sia di me che di mio fratello (tze, tanto non ti legge), ma ha scelto lui, che però comunque viene sempre scambiato per il fratello maggiore.

Oggi

Piani quinquennali.

La canzone del giorno

Tovarisc Gorbaciov - Midnight’s Moskow

16.5.03

Tra un'ora e quaranta minuti

Webcast di Bjork dal teatro Loftkastalinn di Reykjavik. Mangiatevi le mani se siete arrivati qui in ritardo o se avete una connessione lenta come me.

Blur Live

Lo ammetto, stasera sentirete la mancanza di Graham Coxon e non tanto nelle vecchie canzoni, quanto nella coda di On The Way To The Club. L'assolo di Out Of Time lo suona Albarn. All'inizio di questa canzone alza la mano verso l'alto come un cantante confidenziale, fa un po' di scena, sì sì. Ricordatevi di gridare anche voi a metà di Trimm Trabb.

Tutti al mare

On The Beach e altri tre dischi di Neil Young su cd a Giugno.

Insensatens

Ho sentito poco fa il nuovo singolo di Mirwais, I Miss You. Capisco che ci si possa ripetere, più o meno, ma che senso ha aggiungere due paroline a Disco Science e spacciarla poi come nuovo singolo?

Oggi

Odore di truciolato appena montato.

La canzone del giorno

Vattene Amore - Elio E Le Storie Tese

15.5.03

New School

Dis è un’abbreviazione per disrespect. Il rispetto è importante nell’hip hop. Chi agisce senza rispetto, non viene rispettato. Non è tanto qualcosa che riguardi i rapporti interpersonali, quanto il modo in cui tratti quello che fai e soprattutto il rispetto non è legato necessariamente ad una visione convenzionale della musica. Ma un po’ sì. Chissà se Prefuse 73, ovvero Scott Herren, si è mai posto la questione del rispetto. Ha toccato una materia con cui è difficile scottarsi, soprattutto quando provi a dire qualcosa di nuovo. In realtà ha cercato di recuperare lo spirito di scoperta delle prime esplorazioni fatte di vinili, crossfader e poco altro, adattandolo ai nuovi mezzi e ai nuovi strumenti. La nobile arte del djing, non necessariamente legata all’mcing, ovvero a qualcuno che prenda il microfono e rappi sopra la tua cosa. E infatti in One Word Extinguisher sono pochi i pezzi rappati.
Lo dico subito, non sono un grande ascoltatore di hip hop, soprattutto ultimamente. La contiguità con l’R&B, l’esasperazione di certi aspetti finto-provocatori e anche un po’ di mancanza di inventiva mi hanno allontanato da possibili uscite interessanti. Eppure riesco a percepire l’importanza di Prefuse 73, paragonabile a quella del primo disco di DJ Shadow, non tanto per il carattere innovatore, quanto per la voglia di trovare nuove vie digitali senza tradire lo spirito della vecchia scuola. Herren mischia scelte ritmiche poco convenzionali con intricate costruzioni, fatte di microcampionamenti ed elettronica alla maniera della sua scuderia (la Warp), col sostegno di uno scheletro decomposto di funk, soul e jazz. Pensate ad una via di mezzo tra il primo hip hop e Aphex Twin, tra suoni funkadelici e IDM, in cui i pezzi rappati, quelli ritmicamente più tirati come la coppia iniziale The End Of Biters/Plastic, sono forse anche i meno sorprendenti. Meglio quando Scott somma distorsioni e soul come in Dave’s Bonus Beats, si prende cura di un pezzetto di chitarra in Storm Returns, frammenta e ricostruisce ritmi come in Detchibe o sovverte le regole dell’R&B in Why I Love You - scordatevi Dilemma di Nelly e Kelly Rowland. Per amanti dell’hip hop e dell’elettronica.

Malizia 3000 - La terza (in)comoda

I Belle And Sebastian e Trevor Horn si sono conosciuti per merito della comune badante.

Uno (e due e tre)

Nonostante sia in uscita con Vulnerable, Tricky è al lavoro su altri due dischi. Nel primo, che si chiamerà Nearly Goddess, collaborerà con quattordici diverse voci femminili, tra cui PJ Harvey e Kelis. Il secondo, Rodigan and Tricka, sarà una via di mezzo tra Giamaica e hip-hop.

FFWD is the name of

FFWD is a little tricky to manipulate sending you past the point where you want to stop.
FFWD is echt futuristisch.
FFWD is.

Oggi

Quattro salti e in padella.

La canzone del giorno

The Magic Number (Three!) - De La Soul

14.5.03

No Words

Oggi

Raso/terra.

La canzone del giorno

I Don’t Live Today - Jimi Hendrix Experience

13.5.03

Fuochino!

In un’intervista durante il programma Born Sloppy di Channel 4 il cantante degli Electric Six, Dick Valentine, ha dichiarato che il suo sogno ricorrente è ambientato in un asilo, dove Dick è assistente del maestro insieme ad Axl Rose. Alla fine di ogni lezione Dick spiega ad Axl dove ha sbagliato. A parte che spero che nessuno mi dia del puffone quando dico che io odio i Guns’n’Roses e a parte che il possesso di un certo numero di libri di psicologia dovuti ad un fratello minore futuro operatore di cotale settore non autorizzi un’indiscriminata interpretazione del sogno altrui senza peraltro essere in possesso di un completo quadro clinico, a parte questo e altro, credo che Dick Valentine sia ossessionato da una certa idea infantile di rock e dal suo fallimento. Cacca pupù e poi cresci, insomma. Ma dico c’era bisogno di scrivere ‘ste cose per sostenere che sono un gruppo di tamarri miracolati che ti fanno divertire solo se assunti in dosi minime, tu, oh inguaribile snob che non sei altro?
Boh. Però la paura di fallire ce l’hanno davvero. Gli Electric Six prima si chiamavano Wildbunch ed erano in giro nella scena di Detroit da qualcosa come sei anni. Stavano per tornare a lavorare, per usare un termine tecnico: il cantante, quello che grida Fire in the taco bell, è un autista di autobus e notoriamente, se non siete una ragazza riccia, alta e prosperosa, gli autisti di autobus sono persone scontrose, tanto che le aziende municipalizzate ci proteggono da loro con quell’avviso sopra il lunotto. Si stavano sciogliendo. Poi, quando meno te l’aspetti come una botta (o era bomba?), sono stati inseriti nella compilation dei Two Many DJs con quello che rischiava di essere un successo postumo, Danger! (High Voltage), in cui pare abbia cantato Jack White Stripes. E allora perché sciogliersi? Soprattutto quando arriva un contratto per cinque dischi con la XL, che ti chiedi se riuscirai anche tu a scucire mai qualcosa di similmente ladrocinante prima dei cinquant’anni. E allora via con Fire, giusto il tempo di un cambio di nome che si spiega solo per motivi di diritti, come successe ai Dust/Chemical Brothers.
Un po’ di paura ce l’hanno però, dài, e lo si capisce pure dalla prima canzone, Dance Commander, quando in sottofondo al ritornello (I wanna make it last forever…) si sente il riff di Danger!. Chi si scotta, ha paura del fuoco. Viene attanagliato da una morsa strana, dal sottile dualismo tra ripetizione e modifica. Lo vedete Costanzo, col salto in alto ogni domenica e col Parioli che ormai non si capisce più se è una nave, un’aula occupata dai fratelli minori di Diaco o un’agenzia investigativa (no, oggi hanno mandato un telefilm…). Gli Electric Six, quasi uguale. Da una parte recuperano il vecchio materiale dei Wildbunch, dall’altra cercano di adattarlo allo spirito sarchiapone di Danger!. Vogliono un album da party, sono come dei metallari che non ascoltano più di nascosto la discomusic. Certo alcuni dicono che dal vivo non rendono come su disco e questo è un punto in meno per gente che ti sbatte in faccia la sua libido discotica. Ma se devo dirla tutta a me non convincono nemmeno su disco, a parte Danger e forse, massì anche, Gay Bar. Molti riempitivi, baracconismo spesso gratuito e soprattutto uniformità. Che possono divertire, per carità, ma a me vanno bene solo a piccole dosi.

O(d)dio l’estate!

Non linko perché non vale la pena, ma certo che quelli dell’Observer si sono sprecati domenica coi loro hot tip musicali per l’estate: Eminem, Beyoncé, Lisa Marie Presley e Peter Gabriel (vabbè pure i Radiohead, lo so). Non discuto sulla qualità dei nomi, sia ben chiaro, ma un po’ di fantasia, diamine! Io per esempio ho un unico hot tip for the summer: andare a cantare La Paloma Blanca al Costanzo show, indossando questa.

[Il sottoscritto, pavido e coniglio, sottolinea al dott. Maurizio Costanzo e alla dott.sa De Filippi come non sia coinvolto in nessun modo con l'operazione di contro-moda legata alle magliette Nemici di Maria De Filippi. Se per caso poi vi imbattete nel mio conto svizzero, sappiate che i soldi di Sandy Marton sono finiti lì per colpa dell'Uomo Invisibile.]

Drink Boy Howdy!

In estate tornerà in edicola Creem, con qualche incognita.

Cient’anni!

Sul suo diario - grazie Sapo - Cristina Donà dialoga con la nonna nata cento anni fa.

Attitude!

Quarantenni e punk. Intervista a Ian MacKaye, fondatore con Jeff Nelson della Dischord.

Readymade?

Beck ha scritto per Pink la canzone principale della colonna sonora del seguito di Charlie’s Angels. Pink ha recitato anche una parte, si spera da grezzona, nel film.

Oggi

Punti.

La canzone del giorno

Vanishing Point - New Order

12.5.03

(Put Your Head On My Shoulder)

Il sito di Christian Fennesz, da poco on-line, comunica che l’uscita del nuovo disco avverrà da qualche parte in un’estate che già si preannuncia infinita. Sarà un sollievo freddo e acquatico chiamato Venice. Il disco conterrà una collaborazione con David Sylvian, a seguito dell’intervento di quella creatura mitologica che è il Fennesz (metà chitarra e metà laptop) nel nuovo dell’ex Japan, in uscita questa settimana. Quando ho letto la notizia ho pensato a Fenny, che forse ancora non mi/lo ha perdonato per la Paint It Black su Plays.

Vatti a fidare…

Il bassista dei Low ha lasciato i Low.

La musica, prima di tutto

Neko Case ha vinto, ma non accetterebbe la proposta di Playboy per timidezza e per proteggere la sua musica (= non si fida di quegli avvoltoi della stampa americana). Il suo voto è andato a Chan Marshall.

Pure il panda non parte (Decenni)

Il mio settimanale di riferimento non mi tradisce. Punta su Margot Sikabonyi in copertina e raccoglie il grido di dolore soggettista di Maria Venturi, rissosa ed egotista come piace a noi. È tenero quando, a sostegno di un articolo di Lorella Cuccarini, affianca la locandina di Les 400 Coups presentandolo come uno dei primi film sul bullismo. Impagabile a pag. 15, quando una ventenne già troppo vissuta chiede alla Suni come uscire da un triangolo col fidanzato e il cugino divorziato del fidanzato e riceve per risposta “E se ne cercasse un terzo?”. Una sola cosa non mi è chiara, oltre al motivo per cui si debba curare l’insonnia cronica. Oggi ha accolto anche il nostro appello sull’assenza di allegati e ha inaugurato una raccolta di cd contenente i migliori successi dei quattro precedenti decenni: a che titolo la presenta Carlo Conti?

Oggi

Umidità in lento aumento.

La canzone del giorno

Trust - The Cure

10.5.03



27


Oggi

Ventisette.

La canzone del giorno

Siamo noi, siamo noi, i campioni dell’Italia siamo noi - Noi

9.5.03

La pazza storia delle vampire lesbiche

Soltanto un anno prima aveva spogliato una giovane Romina Power in Justine, ma non era per niente soddisfatto del risultato. “È stato come girare Bambi 2”, disse. Christopher Lee si era fatto cancellare dai titoli di testa del suo La Isla De La Muerte perché non si era reso conto in tempo del film in cui si era cacciato. L’anno dopo passò ai vampiri e soprattutto alle vampire. Quando ti chiami Jesus “Jess Franco” Manera e sei capace di girare tredici film in un anno, capita anche questo. Un fallimento economico lo costringe alla exploitation con mezzi limitati e lui che fa? Se ne esce con un anti-capolavoro che segna generazioni di registi e musicisti. In tanti si sono esercitati nella ricerca del segreto di Vampyros Lesbos, di un film che nel corso degli anni è diventato un feticcio nonostante i suoi difetti. Franco proponeva una visione anti-gotica del mito del vampiro, ispirata più al mondo psichedelico di fine anni Sessanta, che alle nebbiose notti dell’Europa Centrale. La sua vampira viveva in una villa con piscina davanti al Mediterraneo e si abbronzava di giorno indossando degli splendidi ed enormi occhiali da sole. Di notte non tormentava abitanti di piccoli villaggi, ma si esibiva in un night club al suono di musiche sapientemente giocate sul contrasto tra contemporaneo e misterioso. Certo la sessualità del film era filtrata da una visione maschile che nascondeva sotto traccia un misto di attrazione e repulsione, ma non era questo il punto. L’atmosfera allucinata da sogno ricorrente, i colori sgargianti, gli ossessivi scorpioni, le due protagoniste e soprattutto le splendide ed evocative musiche rendevano ininfluenti al confronto le convenzioni, i buchi nella storia e persino la povertà di mezzi con cui si era messo su il tutto.
Si diceva delle musiche. In una scena di Jackie Brown, Samuel L. Jackson guardava un film alla televisione, mentre riceveva una telefonata. Il televisore era inquadrato da dietro, ma non si potevano avere dubbi su cosa stesse trasmettendo quella sera Canale 5. Le note erano quelle inconfondibili della lasciva The Lions And The Cucumber. Manfred Hübler e Siegfried Schwab avevano lavorato in parallelo al regista, basandosi solo su pochi fotogrammi e indicazioni. Il risultato fu a dir poco eccezionale. Sembrerebbe un minestrone a dire il vero, un po’ come il film di Franco. Strumentali lussuriosi, voci tra l’orgasmo e l’urlo mortifero, suggestioni etniche e un solido e carnale impianto psichedelico lontano mille miglia da quello stellare o legato alle droghe dei gruppi rock, che comunque vengono citati come per esempio in There’s No Satisfaction, a metà tra il tributo e la presa in giro. In certi casi si lambisce l’assurdo come in Shindai Lovers, dove all’improvviso sbuca fuori un tango che è poco definire fuori contesto ma che strappa il sorriso. Una giustapposizione così stramba è stata salvata proprio da Hübler e Schwab che non solo hanno avuto la bravura nel gestire l’intreccio, ma anche la furbizia nello spargere una frenesia che abbassasse le difese dell’ascoltatore.
Curata fin negli interludi la colonna sonora è universalmente nota per i suoi pezzi più trascinanti, come quel The Lions And The Cucumber guidato da ruvidi tagli di chitarra e da vocalizzi animaleschi fino alle progressive esplosioni dei fiati e alla chiusura che mischia assoli di sitar, chitarra, pianoforte e flauto. Eppure altrettanto belli sono due pezzi che riprendono una malinconia di fondo che circola pure nel film, Necronomania e The Message, tra i pochi in cui non vengono impiegati i poderosi fiati dell’orchestra berlinese. In particolare The Message toglie il fiato: mentre la batteria scandisce un lento quasi da mattonella, l’organo suona una melodia tra il malinconico e il funereo, mentre un uomo emette vocalizzi, tra il godimento e l’ultimo addio. Poi su Extasy esplode l’organo. Se non l’avete mai sentito, non avete idea di quello che sia. Come dissi già un’altra volta, quando ascolto questo pezzo l’arredamento di casa mia subisce una metamorfosi.

Oggi

Morpho!

La canzone del giorno

The Message - Manfred Hübler & Siegfried Schwab

8.5.03

void MotionVectors (FILE *Immaginedipartenza, FILE *Immaginediarrivo, FILE *Vettori)

Ho scoperto Matthew Herbert mentre seguivo le lezioni di Teorie e Tecniche di Elaborazione dell’Immagine. Non è una materia integrativa per rendere più presentabile il futuro ingegnere. Non è nemmeno un corso comune a Scienze della Comunicazione. Noi siamo quelli che rendono più belle le ragazze nei calendari, a colpi di bit. Non solo, ma anche. Il video di Suddenly non poteva perciò non colpirmi. Un’immagine a colori può essere rappresentata in diversi modi, a seconda dello spazio di colore scelto. Lo spazio RGB permette la definizione di un’immagine attraverso la somma di tre immagini, una rossa, una verde, una blu. Nel video di Suddenly l’immagine di Dani Siciliano, la cantante della canzone, veniva scomposta nei tre colori: le tre immagini monocromatiche si allontanavano in direzioni diverse, sovrapposte all’immagine principale. Il corso di Teorie e Tecniche di Elaborazione dell’Immagine prevedeva una tesina conclusiva che nel mio caso riguardava un metodo innovativo per la ricerca dei vettori di movimento tra due fotogrammi bitmap-RGB. Qualcosa che poteva essere facilmente integrato in un encoder MPEG.
Matthew Herbert ha iniziato a suonare violino e pianoforte a quattro anni. Il suo primo gruppo fu una big band di venticinque elementi, ispirata a quelle degli anni Quaranta. Figlio di un ingegnere del suono della BBC, si è circondato fin da piccolo di aggeggi elettronici. A scuola poi ha avuto la fortuna di incontrare un professore che suonava alla classe Reich e standard jazz. La mia professoressa di musica delle medie al massimo Calabrisella Mia e Oh Campagnola Bella. Dopo aver prodotto musica elettronica sotto vari pseudonimi, usando sul palco i più svariati oggetti della vita quotidiana, ha preso lezioni di jazz. Più o meno in coincidenza col periodo di maggiore fioritura commerciale dei DJ, quegli anni in cui anche il più conservatore degli artisti doveva avere una lista di campionamenti tra i crediti, Herbert sceglie di scrivere musica seguendo le rigide regole dell’autografo manifesto PCCOM: nessun campionamento di musica altrui, nessuna batteria elettronica, niente preset, nessuna riproduzione digitale di strumenti tradizionali, attenzione per l’accidentale quanto per il premeditato e distruzione dei frammenti di lavoro una volta completata la canzone. Come tutti i manifesti esprimeva la necessità di essere originali ed era un modo per farsi notare. Bodily Function seguiva solo in parte il manifesto, ma dava un’idea ben chiara di quali potessero essere i risultati. Tra i suoi crediti si poteva leggere che alcuni dei suoni erano ottenuti dalle articolazioni e dalle ossa di Dani Siciliano, dallo scuotimento del suo zainetto (con tanto di descrizione del contenuto), da un topolino che usciva da un bicchiere di carta, dal ronzio dell’inserimento di un jack. E però senza prendersi troppo sul serio: lo stesso Herbert racconta che durante un concerto, mentre suonava una bottiglia d’acqua, tutto il pubblico lo fissava in maniera seria e compunta; lui sorrise e tremila persone gli risposero, con quella magnifica sensazione che è l’accorgersi di essere dopotutto dei dementi.
Il suo sogno però rimaneva la big band. L’idea della Matthew Herbert Big Band si è fatta strada mentre Herbert scriveva alcuni pezzi per una docu-soap sulla break-dance della coreografa Blanca Li, nota per il balletto in circolo del video di Around The World dei Daft Punk. Con l’aiuto dell’arrangiatore Pete Wraight, Herbert ha scritto delle partiture iniziali per una band composta da quattro trombe, quattro tromboni, quattro sax, piano, basso e batteria. Come lui stesso sottolinea, più un’orchestra jazz che una big band. Agli strumentisti si sono aggiunti i cantanti: la fedele Dani Siciliano, Arto Lindsay, il leader dei Super Collider Jamie Lidell, Mara Carlyle e Shingai Shoniwa. Il materiale registrato quindi è stato decomposto e ricostruito secondo le regole del manifesto, con l’aiuto di membri dei Mouse On Mars e dei Plaid. Al solito non mancano stramberie come percussioni ottenute attraverso il lancio di elenchi telefonici da diverse altezze e ticchettii ottenuti in chissà quale modo.
Dire qualcosa su Goodbye Swingtime è per me difficile e per questo lascio il compito a chi ha più familarità col genere. Non saprei dire dove è citazione e dove scrittura, dove è standard e dove invenzione. Per quanto riguarda invece l’uso dell’elettronica nella prima parte è molto ridotto, quasi rispettoso. Col procedere del disco diventano maggiori gli interventi. L’orchestra a fettine start e stop percorre tutta Fiction, ma nelle successiva Chromoshop si interseca con sezioni più convenzionali, fino a The Battle dove è solo preludio alla classica cavalcata. The Many And The Few sembra uscita da Idiology dei Mouse On Mars. I pezzi cantati dalle ragazze sono quelli con l’uso maggiore di elettronica soprattutto per le strutture ritmiche - chissà perché. The Three W’s è sullo stile di Bodily Functions. Misprints è la più sincopata, si dice così? In Simple Mind i rumori e i clic cedono a tratti la scena all’orchestra nella sua versione più notturna. L’ascolto è godibile e fortunatamente evita certi luoghi comuni dell’acid jazz, ma, come detto sopra, per questioni più tecniche dovrei affidarmi ad un consulente.

Blu: Frugando nei titoli di testa

Quando perdete qualcuno di vista, il primo posto in cui andare a cercarlo è la televisione. Ecco cosa fanno ora Wendy & Lisa. E pure Mark Mothersbaugh dei Devo, che ora musica i Rugrats.

Verde: Bittersweet Simphony

Termina il Grande Fratello e vorrei ringraziare Mediaset e Aran Endemol per le centinaia di persone che in questi mesi sono arrivate qui grazie a questo. Considero una vittoria averne mantenuto anche soltanto una. Per immortalare questo momento, ho pensato di condividere con voi una perla per cui non finirò mai di ringraziare la cara MoRgAn MaGaN: una canzone di Barbara D’Urso. Io parlo e rido.

Rosso: Mao. Maaaaaaaaaaao

Ho rivisto Seymandi.

Oggi

Le viole, sono viola! (come disse la mia bisnonna la prima volta davanti ad un televisore a colori)

La canzone del giorno

Glory - Television

6.5.03

Musica a tesi

Questo disco è uscito in sordina alla fine dell’anno scorso e soltanto in Canada. A seguito di un crescente passaparola e dopo articoli come questo, il disco verrà pubblicato anche in America il mese prossimo. You Forgot It In People è il secondo lavoro dei Broken Social Scene, un numeroso collettivo costituito da quindici persone provenienti da diverse band della scena canadese, unite dall’unico intento di scrivere musica pop. Sembra facile, lo fanno in tanti ma finora loro non lo facevano. Questi tizi vengono da gruppi quali KC Accidental, By Divine Right, Do Make Say Think, Treble Charger e A Silver Mt. Zion/Godspeed You! Black Emperor, non esattamente prototipi del pop in quattro minuti.
Se fosse un supergruppo di artisti affermati probabilmente sarebbe imploso dopo quattro secondi, causa sgomitate. Qui invece c’è posto per tutti, sarà mica perché sono canadesi? Certo il risultato è variegato, al punto che suona quasi come una compilation, non voglio dire un greatest hits per non essere eccessivo. Come impressione di massima siamo dalle parti degli Spoon, ma c’è molto di più. Avete mai sentito un crescendo con violini alla Godspeed in una canzonetta adolescenziale e non millenarista (park that car/drop that phone/sleep on the floor/dream about me) da quattroetrentacinque suonata con banjo e poco altro come in Anthems For A Seventeen Years Old Girl? Avete mai sentito una canzone che programmaticamente si chiama Almost Crimes (Radio Kills Mix) nonostante non esista una versione da cui è stato tratto il mix? Mi trovate un telefilm che abbia come colonna sonora Pacific Theme? Qualcuno mi pizzica sulla guancia per dirmi che non è Jeff Buckley che canta in Lover’s Spit?

Alcool

Però voglio parlare di un concerto pure io. Pur essendo palermitano, sono sardo al 75%. Mio padre è sardo e mia madre è palermitana, ma figlia di un sardo. Fin da piccoli quindi passavamo le vacanze in Sardegna: “in Sardegna” indica il baricentro della Sardegna. Un piccolo paese dell’entroterra non è proprio un luogo dalla grande attrattiva turistica, tanto che a volte per una settimana ci si spostava verso uno degli estremi. Nei paesi del Campidano però, come in tutti i luoghi dalla tradizione contadina, c’è la festa del santo patrono (lì come qui patrona) che coincide più o meno con la fine del raccolto. Oggi sempre più la festa del patrono è diventata la festa dell’emigrante, che ritorna a casa e scopre chi è morto, chi è nato e che anche il paese è diventato una giungla d’asfalto.
Il rigido cerimoniale della festa è scandito da sempre dal susseguirsi delle serate in piazza: concerto, spettacolo folkloristico e/o comico dialettale, ballo liscio e processione con fuochi d’artificio finali. L’anno prima avevano cantato i Tazenda. Noi non c’eravamo, ma i miei parenti raccontavano di file di macchine posteggiate fino a fuori dal paese, di gente che dal circondario si era spostata per sentirli. Chi ci sarebbe stato quell’anno? In un paese vicino suonavano i Soon. I Soon non mi erano molto simpatici, erano usciti da poco con “Spirale”. La cantante dei Soon si chiamava Odette Di Maio, che suonerà anche bene ma è come chiamarsi Veronique Crapanzano. Da noi il manifesto recitava Dorian Gray. Avevo sentito una loro canzone su Planet Rock, ma gli abitanti del paese non sapevano chi fossero. Tutti però ripetevano la stessa frase, detta probabilmente dal sindaco per giustificare l’evento dovuto alla Regione Sardegna, che patrocinava il concerto: hanno suonato anche in Cina.
Lo vedete il dolmen della copertina? Era su quel palco. Fidatevi anche di quello che è scritto su di loro. Rock maledetto alla Doors, anche se fisicamente ricordavano di più gli Who. I primi due pezzi erano bastati per allontanare molta gente dal palco, anzi, sotto al palco erano rimasti in tre. Io e mio fratello eravamo poco più indietro (And if there's one thing that I learned when I was a child, It's to take a hiding). I tizi avevano anche risuonato Waiting For The Sun e Luglio, Agosto, Settembre (Nero). La gente in fondo era più o meno imbufalita. Ad un certo punto, durante un pezzo abbastanza dilatato, il cantante prese una bottiglia di alcool, scese dal palco e cominciò a spruzzarlo per terra, disegnando qualcosa intorno al pubblico allibito. Poi prese un accendino e lo avvicinò alla striscia: si formò una stella di fuoco. La gente non la prese molto bene: alla fine della canzone mio zio gridò un Andatevene! che è diventato una sorta di tormentone per me e i miei fratelli, quando qualcosa non ci piace molto. Il concerto terminò prima della sua fine naturale e il giorno dopo alcuni del paese dicevano di aver trovato delle siringhe dietro al palco, ma secondo me si erano inventati tutto. E intanto quelli di Aritzu avevano i Ricchi E Poveri.

His name is alive

I concerti del cuore. EmmeBi ha raccontato i suoi. Lo hanno fatto anche Mantellini, ander kostructiòn e Clutcher. Mamma quanti concerti, e che nomi. Non provo neanche a compilare una lista striminzita, mi vergognerei troppo di me. La verità è che sono un pigro provinciale che non è nemmeno mai scappato da casa.
Invece segnalo anche un altro bel racconto, The Radio Dept. visti a Londra da Polaroid.

Pus

Ancora una raccolta di copertine: oscure punk band. Va bene che avevo due anni e posso non saperlo, ma anche Andrea Mingardi era un punk?

Dénué de magie

Ho trovato qualcuno che la pensa come me sul nuovo disco dei Goldfrapp.

Oggi

Ho fatto una fila.

La canzone del giorno

3 AM Eternal - KLF

5.5.03

Luoghi comuni

Quanti luoghi comuni mi stanno venendo in mente! E tutto perché intendo parlare di una cantante che utilizza la madrelingua tedesca nel suo nuovo disco. Volevo partire dall’esterofilia dell’italiano, parlare di come sia mediata dalla nostra ritrosia verso la lingua straniera. Avrei discettato di traduzioni e doppiaggi che annullano mosaici linguistici e della mania per la rilettura all’italiana della musica popolare straniera, uno dei fenomeni della nostra beat generation. Rita Pavone e Caterina Spaak, il martello e quelli della mia età. Avrei svelato che il sottotitolo del mio blog è in inglese unicamente perché credevo che la voce description si riferisse a tutto meno che al sottotitolo. Poi mi sono detto che ancora non sono pronto per un posto nel CdA RAI. No, in realtà mi sembrava ancora più ridicolo di queste righe quassù.
Il tedesco è una lingua musicale. Tutti quelli che conosco e che hanno studiato il tedesco me lo dicono. Facile fare ironia sulle parole ricorsive tanto amate da noi ingegneri e filosofi o sui suoni duri e consonantici che comunque abbondano. Eppure il tedesco è stato lingua di poeti e musicisti e di ragazze inaspettatamente senza il vocione da centometrista della DDR. E tra i suoni consonantici ci sono pure quelli sibilanti, accattivanti se uniti al gioco delle vocali, lunghe e brevi, al punto che di riflesso i suoni più duri diventano solo piccoli e innocui graffi.
Non sorprende allora che Barbara Morgenstern canti in tedesco in Nichts Muss, suo terzo disco che la vede interagire con due santoni dell’elettronica tedesca come Stefan Betke aka Pole e Thomas Fehlmann, collaboratore/membro più o meno interno degli Orb. Barbara Morgenstern l’ho conosciuta sul singolo dei Dntel (This Is) The Dream Of Evan And Chan: il suo remix, anche se musicalmente aveva modificato poco la canzone, si faceva notare molto dato che ricantava parte del testo. Lì però si affidava ancora alla duttilità dell’inglese. In questo disco invece ha fatto una scelta che potrebbe essere anche poco remunerativa, ma che suona come una sfida. Inserendosi nel filone di contaminazione tra elettronica minima e canzone, tenta una strada diversa da quella più o meno rock dei Notwist e da quella più o meno pop dei Postal Service: pop da camera (da letto, quasi). Nulla di particolarmente nuovo, ma con suoni curati, raccolti e raffinati, forse anche troppo.
Una canzone in particolare, Gute Nacht, però spicca proprio per i motivi di cui sopra, per come il tedesco è trattato, alla ricerca di una musicalità che sia dolce e sensuale, anche senza fare a meno dei più caratteristici suoni ruvidi. Certo Barbara è aiutata soprattutto dalla sua voce, che rende meno ardua la riuscita del tentativo. E dove abbondano le erre e le zeta si percepisce comunque una piacevole sensazione di contrasto. Tuttavia è un buon esempio di come il tedesco possa andare bene anche per il pop e non solo per il thrash metal o lo yodel.

Il gioco dell’estate: Hey, Mr DJ

Scoprite anche voi il vostro nome da DJ. Al mio nick corrisponde DJ Pervert, mentre al mio nome e cognome per esteso corrisponde The Squealing Piglet. Quando si dice essere destinati. La cosa che mi ha sconvolto è che anche a Cesare Previti corrisponde DJ Pervert.

Spigolature

Ben Gibbard (Death Cab For Cuties/The Postal Service) on Penis enlargement price comparing.

One More Time

Leiji Matsumoto e i Daft Punk ancora insieme, prossimamente a Cannes.

Ladri di immagini

L’indimenticata Lady Miss Kier dei Dee-Lite (Dee-Groovy) ha fatto causa alla Sega perché in un videogioco un personaggio le assomiglia troppo e si chiama persino Ulala, come il suo caratteristico urletto.

Scena del crimine

Lo ammetto. Sono tornato sul luogo del delitto. E però sono rimasto deluso. Niente pezzo musicale di Maria Celeste Crucillà. Non valgono gli articoli su Patty Pravo e Michael Jackson. Persino l’articolo di Biagi su Playboy non considera la svolta indie che abbiamo fiutato. Manca pure Maria Venturi. Ma resto fedele: Sandro Mayer, non mi avrai!

Qualcuno la fermi, vi prego!

Quando Madonna ha saputo che il suo WTF, opportunamente remixato, ha avuto più successo del disco vero, non ha esitato: ha chiesto ai suoi avvocati di far chiudere il sito in questione e, per bloccare la diffusione attraverso il peer-to-peer, ha compresso in mp3 le canzoni di American Life, le ha rinominate come se fossero i remix presenti sul sito e li ha messi in condivisione su WinMX. È stata sgamata perché era anche l’unica ad avere in condivisione il divx di Swept Away.

Le marriage pop

Elvis Costello ruba l’idea alle t.A.T.u. Confrontate i due orari: Costello e le t.A.T.u..

Oggi

Riprese: l’amour n’est pas pop.

La canzone del giorno

Max - Paolo Conte

30.4.03

Yeah Yeah Yeahs vs The White Stripes

Potevo esimermi dal dire la mia sui due gruppi più pompati del momento? Forse, ma se ne devo parlare preferisco metterli contro. Non che questa rivalità esista, non è come negli anni Ottanta, quando Cindy Lauper chiedeva dal parrucchiere la tinta al negativo di Madonna, con tanto di ciocca. Non sono come Duran Duran e Spandau Ballet e io non sono vegetariano. Non so nemmeno se gli Yeah Yeah Yeahs riceveranno tutta la pubblicità tributata agli Stripes. E non vale uscirsene dal discorso con ‘tanto sono copie di copie di copie’.
All’angolo destro in calzoncini bianchi e rossi abbiamo i due The White Stripes, Detroit, chitarra e batteria, Elephant. All’angolo sinistro in nero e con Karen O vestita dal suo stilista personale si presentano i 3 Yeah Yeah Yeahs, New York, anche loro senza basso, Fever To Tell. Gli Stripes sono più grezzi e sono indebitati col blues, gli Y3s sono meno essenziali e rubacchiano alla disco. Io tifo Y3s, anche se non ho capito se abbiano o no il The iniziale.
Le canzoni che mi piacciono davvero su Elephant le riesco a contare sulle dita di una mano di Homer Simpson: Seven Nation Army è una progressione che inizia come una marcia militare e ruota intorno a un pugno di note, ma è buona per ballare, per fare casino; I Just Don’t Know What To Do With Myself non risalta solo per Bacharach, ma anche per un Jack White meno piatto che altrove; It’s True That We Love One Another perché è paracula; Hypnotise perché le dita di Homer su una mano sono quattro e perché Jack sembra un Elvis maniaco (telefonico). Un po’ poco, le altre non mi entrano proprio in testa e non batto nemmeno il piedino per terra.
Gli Y3s invece infilano un pezzo ballabile dietro l’altro e mantengono la tensione anche quando abbassano il ritmo. Se si deve cedere all’hype almeno bisogna divertirsi. Meno sporchi che sugli EP, puntano sugli strattoni di Miss O, ruvida ma capace di inaspettate dolcezze, e smanettano un po’ con gli effetti per evitare l’uniformità. L’effetto piedino mi scatta, soprattutto quando si lasciano andare come in Date With A Night, Black Tongue e Y Control. Non male anche il tentativo di ballata di Maps, finora non presente nelle loro canzoni. Certo, non so se abbiano usato soltanto strumenti pre-1963, ma non è che mi importi molto.

Il carretto passava e quell’uomo abbanniava CHIHUAHUA

Forse lo sapete anche voi, è stata recepita una direttiva europea che inasprisce le sanzioni per chi infrange il diritto d’autore. Dalle strade sono scomparsi i banchetti che affollavano i portici e gli angoli di quasi tutte le città italiane, l’hanno detto alla televisione. E poi c’è Palermo. Qui non è cambiato nulla a quanto ho visto oggi in Via Maqueda, lì all’incrocio con Via S. Agostino. A Palermo la pirateria è un bene culturale da preservare. Noi non abbiamo il semplice banchetto dell’extracomunitario con cui è facile scappare se arriva un vigile. Noi abbiamo dei carretti che si muovono per la città come soundsystem, spinti da antenati di dj che hanno visto passare sotto i loro occhi l’evoluzione di strumenti, supporti e gusti. Se mettessero in pratica quello che sta provando a fare ora Steve Jobs guadagnerebbero sicuramente di più dell’americano.
Già, hanno anche un enorme senso del mercato e muovono la testa a ritmo mentre spingono quel carretto con i poster dei cantanti napoletani attaccati sul fianco chiuso. Ecco, credo che ci siano pure a Napoli questi carretti, il regno delle due Sicilie. Dicevo del loro senso del mercato. Sono i primi a individuare i tormentoni, ma sono capaci anche di crearli. Il palazzo dove abito ha di fronte un ipermercato. Per un certo tempo uno di questi carretti aveva deciso di fermarsi lì davanti e di suonare a ripetizione una canzone da un Best Of Zecchino d’Oro piratissimo, Il lungo, il corto e il pacioccone. Non so perché, ma forse si era reso conto che gli ipermercati sono frequentati soprattutto da mamme con bambini piccoli al seguito o semplicemente aveva venduto molte copie dello Zecchino d’Oro ufficiale il mese prima. Il problema era la ripetizione continua della canzone, anzi delle canzoni, visto che invece di riportare indietro la cassetta, azionava l’autoreverse e faceva sentire Il coccodrillo come fa?. In quel periodo sotto esami, raggiunsi la calma flemmatica di Jack Nicholson più o meno a tre quarti di Shining quando un rivolo di bava gli scende dall’angolo della bocca mentre cerca di fare a fettine qualsiasi cosa gli capiti davanti.
Certo a volte vanno sul sicuro. Come quando vendevano le cassette di Sanremo, la mattina dopo la puntata. Non c’erano ancora la registrazione in digitale dal ricevitore satellitare, Kazaa e i cd, ma si sapeva subito che il babà era una cosa seria. Pippo Baudo iniziò a perdere capelli per colpa loro. Altre volte scommettono, come con Chihuahua quest’anno: era sicuro il tipo del soundsystem, si ricordava pure che DJ Bobo aveva avuto successo a metà degli anni Novanta. Ma quest’anno, ammettiamolo, sono voluti andare sul sicuro e hanno usato la formula Mambo N°5: che volessero evitare i vibranti editoriali di Mario Giordano sull’argomento “Come mai ad Agosto non abbiamo ancora un tormentone”?

Aggiunta che mi è venuta in mente solo ora.
Il mio liceo risiedeva in un antico palazzo del centro storico che era stato convento, ospedale e infine carcere minorile. Di solito avevamo la classe che dava sul cortile interno, ma una volta al secondo anno ci fu data quella che dava su una piazza nota anche cinematograficamente per un cult del cinema palermitano, o forse due. Durante una lezione molto sottotono, di quelle all'ultim'ora dopo un'ora di educazione fisica, all'improvviso sentimmo uno di questi carretti che dal silenzio scoppiò in un ta-tta-ra-tta-ra-ta-tta-ra inconfondibile: la sigla di Beautiful.

Spaesamento

Avete presente quando si incontra qualcosa di familiare in un contesto che ne altera la percezione, al punto che sulle prime nemmeno ti rendi conto che quel qualcosa è lo stesso con cui convivi dalla nascita? Mi sono incartato, non so descrivere bene questa sensazione, i tedeschi hanno una parola ben più adatta di spaesamento, ma ora non la ricordo. Lo diceva il mio professore di storia e filosofia che il tedesco è importante, ma tre anni di vocaboli inframezzati subdolamente nelle sue lezioni non sono bastati. Le cose sono andate così. Stavo sentendo il nuovo disco di Tricky, Vulnerable, che uscirà a giugno e conterrà pure due cover, Dear God degli XTC e The Love Cats dei Cure. Un primo ascolto in cuffia non particolarmente esaltante, al punto che dopo un po’ mi sono distratto. L’undicesima canzone, Where I’m From, è un po’ più veloce delle altre ma questo non mi distoglie molto da quello che stavo facendo. All’improvviso però succede qualcosa che sulle prime non riesco a focalizzare. Poi piano piano riesco a realizzare: la cantante che finora ha duettato con Tricky si è messa a cantare in italiano. Ho pensato che Tricky avesse concepito qualcosa di geniale, una canzone in inglese dove all’improvviso si sentissero parole nella lingua dell’ascoltatore, in modo da ripetere questo effetto straniante in un numero di paesi sufficiente a non rendere il disco un fallimento economico fin dall’uscita. Invece la cosa si è ripetuta anche nell’ultima traccia. Dopo una breve ricerca ho scoperto che la nuova musa di Tricky, che ricorda molto Martina, è italiana e si chiama Costanza Francavilla.

Station Wagon: Time Takes Its Crazy Toll

Il sito di Playboy ha deciso di trasformarsi in una fanzine, è chiaro. Non inserisco il link, ma hanno intervistato Thurstone Moore dei Sonic Youth. Gli hanno chiesto se il fatto di essere padre lo influenza dal punto di vista artistico. Ha risposto che, quando la famigliola si trova in macchina, la musica viene scelta da sua figlia. E sua figlia è molto ossessiva negli ascolti. E sua figlia per ora vuole sempre ascoltare il CD di Vanessa Carlton e le colonne sonore di Chicago, Sabrina the Teenage Witch e The Powerpuff Girls. Dico: immaginate solo per un attimo Thurstone Moore e Kim Gordon in questa sorta di contrappasso. E poi uno scambio geniale:
PB: How difficult is it balancing being a dad and being in a rock band?
TM: Well, one of your priorities as a parent is to bring home the bacon. And for me, being in a band brings home the bacon. I have to do it. At the same time, it limits when we can tour because of school, or it limits the amount of time I can get work done at the house, because of the needs of a child. It's somewhat difficult, but it's not something you can complain about.
Nell’articolo si parla poi delle riedizioni di Dirty e Goo. Vabbé, torno a leggere l’Espresso che dice che i cinquantenni sono giovani.

Oggi

Tempo e spazio.

La canzone del giorno

Message In A Bottle (Live) - Cristina Donà

29.4.03

Altre voci

Bertoncelli stronca Daniel Johnston.

Nel sole

Lo dicevo io, con una maglietta con le maniche corte Summer Sun degli Yo La Tengo si gusta meglio. Non è ancora la pesante afa di Agosto, non è una fila in autostrada. Niente traffico davanti a me e niente fretta. Il finestrino è aperto e faccio a meno dell’aria condizionata finché è possibile. Non sono propriamente canzoni sul sole, ma ne hanno tutte le sfumature: albe, pomeriggi sonnecchianti, tramonti a ballare prima di cena. Il basso pulsa raggi caldi ma non bollenti e la batteria ne asseconda le variazioni, introducendo però ogni volta sapori diversi tra il tropicale e il jazz. Le chitarre non sono l’elemento principale ma sono la brezza del disco: mai distorte, scelgono spesso la via rossa e vespertina dello slide e degli effetti liquidi. E poi tratteggi minimi di elettronica ambientale, pianoforti sempre in bilico tra il notturno e il diurno, spruzzate di hammond in Winter a go-go e il lungo duetto tromba/flauto di Let’s be still. Chiude una delicata e nostalgica cover di Take Care di Alex Chilton, che si lascia dietro surf, jazz e forse anche il sole. Fino a domani.

Too hot

Già qualche tempo fa il sito di Playboy aveva mostrato segni di apertura verso il pubblico rock attraverso un’intervista a Stephen Malkmus. Non so quali studi di marketing portino a ciò, ma adesso hanno lanciato un sondaggio on-line per decretare la ragazza più sexy dell’indie rock. Pensate quanto tempo è passato da quando nei video rock si affiancavano ragazze poco vestite alle chitarre per vendere qualche copia in più. Oggi succede il contrario, miracoli della crisi.

P.S.: mosso dalla mia passione per ragazze dai capelli corti ero indeciso se votare Ida No o Caithlin De Marrais; così ho scelto Neko Case, che attualmente è anche la più votata.

Passano le stagioni

Sparate al più anziano. E correggete nell’articolo il venticinque, perché avete premuto il due al posto del tre.

Primi freddi

Il nuovo disco di Frank Black arriverà a Settembre e sarà triiiiiiiiiiiiiiiishte.

Oggi

Maniche corte.

La canzone del giorno

Na Na’s Waltz - Aqua Bassino

28.4.03

A summer wasting

Tempo fa corrispondevo con una ragazza di Detroit. Beh, non era proprio Detroit, ma un sobborgo. Insomma, non fa poi molta differenza, anche perché presuppongo che Molly non mi legga. Detroit è una città che ha molta musica nel sangue, ma che non piace molto ai suoi abitanti. Per la questione irrisolta del fascino degli opposti, amano il sole della California e dell’Europa, ma prima o poi finiranno a New York, che è più vicina e offre più possibilità. Detroit è la Motown, il garage rock di Stooges ed MC5, la acid-house. Detroit è anche l’industria automobilistica che è in crisi perché si priva del supporto delle migliori giovani menti in circolazione.
Fred Thomas è nato a Detroit e anche lui deve essersi sentito prima o poi fuoriposto. I laghi non hanno onde, non sono profondi e il terriccio è soltanto una viscida copia della vera sabbia. Credo che si senta fuoriposto pure musicalmente e che ami molto giocare con contraddizioni e cliché. Io ci vado matto per queste cose, deve essere un innato desiderio nascosto di essere abbindolato. Fate una volta anche voi un esperimento: provate ad andare in un negozio di elettronica e a fingervi svagati clienti alle prime armi. Una delle cose più divertenti del mondo, i venditori. Io li valuto sulla base del numero di secondi che impiegano per pronunciare “ultimo tipo” o “ultimo modello”. Non avete idea di cosa vi proporranno come ultimo modello, un mirabolante oggetto in grado di fare persino il caffè e che stranamente non ha una tastiera, ma due comode tazzine infrangibili in moplen in omaggio. Un vero peccato essere lì solo per finta.
Torniamo a Fred Thomas che crede di vivere negli anni Sessanta, ma anche un po’ nei Settanta, negli Ottanta e nei Novanta. Si è circondato di un gruppo di persone numeroso, dodici o giù di lì, chiamato Saturday Looks Good To Me e ha scritto All Our Summer Songs. Canzoni dalla durata rigidamente radiofonica, che suonano come uscite anta anni fa da una stazione AM. Mura di suono stipate negli spazi angusti di un quattro tracce, con gli orchestrali che si riuniscono nel garage sotto casa. Un rimando continuo agli stereotipi dei favolofi anni feffanta, tutto molto costruito e senza vergogna. E qualche giochino con le manopoline. Okkei passiamo ad altro.
Il problema, se non l’avete capito, sono io che ancora non ho deciso se considerarla una schifezza o reputarmi definitivamente demente. Ne ho sempre più la certezza da quando non riesco a cambiare durante la pubblicità su Onyx di quel cofanetto sugli anni Sessanta coi Monkees e quella canzone che fa “No milk today, my love’s gone away”. Per esempio sono tormentato dall’inciso di fiati che si sente all’inizio del disco in Untitled e ricorre alla fine di No Good With Secrets e nella cavalcata power-pop di Alcohol. Vorrei un ballo di fine anno per The Sun Doesn’t Want To Shine. Meet Me By The Water sembra una canzone dei Turtles in mano a un dj giamaicano. C’è pure il lascia che ti aspetti per ore di Ultimate Stars, “If I don’t see you soon, I have to find another game to lose”. E due comode tazzine infrangibili in moplen in omaggio.

I hate people when they’re too polite

David Byrne aiuterà Homer Simpson a scrivere una canzone d’odio per Flanders.

Voi non lo sapete, ma in privato è abbronzato

Oggi, il mio settimanale di riferimento, quello che è un peccato che non ti allega i dvd, che ti regalerebbe sicuramente quel capolavoro che è Akiko (Una giapponese a Roma con trentatrè anni di anticipo), non come quelli lì intellettualoidi che regalano i Cadaveri eccellenti che suona pure macabro quando lo chiedi all’edicolante o come quello che ha mangiato pane e volpe che devi comprare i dvd per raccogliere i bollini per comprare il lettore agevolato, come se io che compro un dvd non ho già un lettore, agevolato o no che sia. Io e le mie digressioni, tze.
Dicevo. Oggi, il mio settimanale di riferimento, quello con la mia critica e autrice televisiva pure lei di riferimento, che questa volta ha sottolineato una debolezza, e non pare vero, della De Filippi, non come quella donna tutta d’un pezzo (che è l’Alda), che non cita Freccero quando cita quell’altro lì che diceva che nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso e se c’era Brontolo gli rispondeva: “pure tu morso dalla dentiera di mia suocera?”. Io e le mie digressioni, uff.
Arrivo al punto. Oggi, il mio settimanale di riferimento, quello con le critiche ai libri della Casella, quella che presentava la Domenica Sportiva dove una volta aveva invitato Alexi Lalas e ci aveva pure cantato insieme ma prima presentava A Tutto Volume e non è un gioco di parole, e che però questa volta si occupa di libri pure nelle ultime pagine nella rubrica C’è posta per noi, di un libro di un professore di Ispica che sostiene che Shakespeare era siciliano e d’altra parte come contraddirlo, visto che sapeva che non ogni nube porta tempesta, ché qui di tempeste non ne vediamo quasi mai e ché Oggi ce lo danno col Giornale di Sicilia. Io e le mie digressioni, minchia.
Concludo. Oggi, il mio settimanale di riferimento, parla di musica. Prepara il palato a pagina trentadue con una foto di Martina Colombari vestita da punk, che ricorda più Laura Freddi che una delle Slits. Il piatto forte arriva però a pagina cinquantacinque (non starete mica sbirciando la cinquantaquattro?!): un lungo articolo di Maria Celeste Crucillà su Marilyn Manson. La tesi portata avanti è a metà tra lo sdoganamento presso il pubblico pantofolaio, ma la Crucillà non sa che Warner guarda la Potemkin soltanto per la scena dei vermi sulla carne, e la pubblicità occulta al formaggio da spalmare incastonata tra le pagine. Cosa mi ha colpito tanto allora? La giornalista di MTV (Italia?) che fu fidanzata di Manson? La chiusura epicaeticaetnicapathos (“Così come cresceranno i nostri figli e verranno, pure loro, assorbiti dal mondo e dalle sue regole”)? No. Che ci faceva su Oggi il gemello cattivo-ma-solo-per-scherzo di Luca De Gennaro?

Rassegna link

Qualche segnalazione sparsa.
Storia della Rhino (Massimo Bernardi)
Kinsella dei Joan of Arc ha fatto il pazzo a Roma (Night Passage)
La Crus live: Inkiostro, che abbina anche Cristina Donà, e Storie.
E poi altri blog musicali: G2, Comunicare con la musica e, visto che parla spesso di musica, Gecco.

Aggiunta in corsa per farmi perdonare dell'errore del link: storia di West Country Girl: Nick Cave e PJ Harvey, ancora da Inkiostro.

I was puzzled by a dream, (that) stayed with me all day in 1995

Uno speciale della BBC si è occupato della Electric Honey, l’etichetta gestita dagli studenti del corso di music management dello Stow College di Glasgow che consente ogni anno la pubblicazione di un EP a giovani musicisti sconosciuti. Stuart Murdoch ha raccontato la storia di Tigermilk, che non fu un EP ma un LP, e delle sue mille copie. Uhm, quello della foto non mi sembra Stuart.

Distratti!

Ma come avete fatto a perdere questo?

Oggi

Trenta gradi o giù di lì.

La canzone del giorno

Mama Don’t Smoke - Bran Van 3000