1.2.04

Sad songs, don’t stay till the end

Un signore sui sessant’anni ha visto il concerto a qualche metro da me, poi si è spostato ed era lì accanto, alla mia destra. Teneva le braccia conserte e, quando sono usciti dal palco per la terza birra, è corso via, come se la moglie lo aspettasse a casa e come se dovesse tornare per una certa ora. O forse pensava solo che il concerto fosse terminato. Quattro ragazze alla mia sinistra, davanti a loro quattro ragazzi visibilmente poco interessati a loro – l’ho intuito dalla loro altezza che impediva alle fanciulle una visione decente del palco. Due ragazze e un ragazzo davanti a me: presto il ragazzo ha cinto la vita di una delle due, l’altra controllava nervosa il cellulare e almeno non lo ha usato per scattare foto, come tanti invece hanno fatto e mi chiedo se abbiano mandato la foto al proprio numero. Io sono troppo lontano, qui c’è troppa gente e mi ritrovo immobile al lato destro, troppo distante per fare foto decenti con la mia digitale che deve ancora essere riparata. Verrano tutte mosse, credo. I Mogwai, non ricordavo le loro facce, tendo a non associare più la musica ai volti quando posso.
Il chitarrista no.1 sembra uscito da un rave di fine anni Novanta, per come ondeggia durante gli assalti. Sembra anche un po’ un incrocio tra Badly Drawn Boy e il chitarrista dei Metallica. Il chitarrista no.2 è pure il signor voce sintetica robotica, un espediente per poter avere qualche pezzo cantato anche dal vivo, quando gli ospiti hanno lasciato la camera degli ospiti. Il chitarrista no.2 sembra David Gray obeso o dopo che ha bevuto più birra di quanto berrebbe normalmente David Gray. Il chitarrista no.3 è allampanato e sembra il fratello del batterista. Il bassista sembra il cantante dei Subsonica per colpa del cappellino. L’accordatore sembra Jay di Jay e Silent Bob.
Si alternano il rosso e il blu e poi viene sparata luce bianca in stroboscopica foggia. Se provo a fotografare in quei momenti ottengo solo una somma di tutti i colori. Alla seconda serie di bordate elettromagnetiche una delle ragazze accanto sembra presa e scossa avanti e indietro da qualcuno, poi cade a terra. Passerà il resto del concerto con una delle sue amiche accanto al bar. Io invece vengo trapassato dalle chitarre, le sento entrare tra le costole e proseguono, incuranti di me. Credo che sia criminale per le mie coronarie unire Stanley Kubrick a Hunted By A Freak, ancora più belle dal vivo. Criminale forse come scegliere di chiamare una canzone Stanley Kubrick, certo. I Mogwai mi piacciono quando sono così, ragazzacci sboroni e scorrevoli, quando evitano di essere finti-cervellotici. Non a caso la loro migliore definizione è Tracy, assente qui anche se desiderata dal pubblico: un pezzo dolcissimo il cui testo è una finta telefonata al manager in cui Martin chiede aiuto per una rissa tra Stuart e Dominic su come mixare il pezzo.
Killing All The Flies trova le sue belle distanze dalla versione su disco e mi conferma che molti dei presenti, per lo più tra i venti e i venticinque, sono lì soprattutto per Happy Songs For Happy People, più che per i nuovi cammini verso Helicon (parte 1 e parte 2). Manca Ithica 27Ø9, ma almeno abbiamo avuto la fortuna di scampare i trenta minuti di My Father, My King di Treviso. Il notebook privo di batterie di I know you are, but what am I? introduce una bollente Ratts Of The Capital: ma quale post rock, solo perché non ci parla qualcuno sopra è post rock?! Ratts Of The Capital è un valzer al massimo, ha ponti e ritornelli e linee melodiche per nulla sghembe e un finale da gruppo rock, per l’appunto.
Poi 2 Rights Make One Wrong, mamma dei Mogwai robottini, arriva per chiudere il set con i suoi sorrisi, con l’arpeggio iniziale, lui sì happy, con la sua ritmica rimbalzante e le sommatorie per t che tende a infinito. Nella sua coda il batterista si alza e lascia la postazione. Mentre al portatile il chitarrista no.2 manovra flip flop e sceglie un nuovo salvaschermo, il pezzo non finisce e anzi si avventura su una conclusione degna dei migliori momenti della famosa band islandese col nome da due parole. Un veloce brivido alla schiena, cosa purtroppo capitata solo con Hunted By A Freak poco prima. Ecco uno dei difetti del concerto, tutti bravi e professionali come mai forse in passato – i ragazzi sono cresciuti – ma per quanto bello ed energetico, ho avuto meno freddo alle spalle di quanto mi aspettassi.
Il primo encore viene chiuso da Mogwai Fear Satan, una delle mie preferite di sempre. Anche se, senza flauto, non la chiamerei Mogwai Fear Satan. Il chitarrista no.2 sorride al chitarrista no.1 per avvertirlo di scatenare la furia, prima di lasciarlo sul palco da solo. E poi la seconda serie di bis. E poi sarebbe arrivata la mattonella. Avrei voluto ballare Come On Die Young con la ragazza dal caschetto biondo e dalle righe orizzontali davanti a me, e Take Me Somewhere Nice con la ragazza bruna coi capelli corti appuntiti spettinati, e avrei voluto chiudere gli occhi per sette minuti su Tracy, ma invece stavo già aspettando la rossa e poi di seguito la verde su binario unico. Prima del concerto ho comprato la maglietta a maniche lunghe, col simbolo di Young Team davanti e Mogwai - HSFHP messo alle spalle. Will you still miss me, when I’m gone?

[Lunedì verranno aggiunte al post foto mosse e sfocate]