7.11.03

O(h)

Inizio numero uno. Se dovessi cominciare il post con una storiella vi parlerei di una mattina senza caffè. Una mattina in cui mi sono svegliato un po’ più tardi di quanto dovessi e in cui ho saltato il caffè/cappucino a casa, tanto c’è il distributore dove mi reco di solito. Poi però al distributore vengo tentato dalla cioccolata calda e non prendete mai cioccolata calda la mattina presto: il risultato è un cerchio alla testa e una sensazione di sonnolenza che non mi abbandonano per tutta la giornata fino a quando disintossicanti spinacine consumate in fretta scacciano il cerchio e insinuano l’idea che devo fare in fretta e che sono dall’altra parte della città.
Inizio numero due. Zazie, placcata per motivi inspiegabili da un’intervista di Andrea Pezzi che le propone di seguito un ape, avverte che ritarderà circa una mezz’ora. Dopo poco, perviene Inkiostro accompagnato da Lucio. Inkiostro si descrive in un sms prima dell’arrivo come “vestito con una felpa grigio-verde, una maglietta verde e pantaloni chiari”. Quando arriva davanti a me, riconoscendo l’accento meneghino gli invio il seguente sms: “Qui c’è uno vestito come te, sei tu?”. Risate a profusione e presentazioni. A onor del vero io sono veramente sottotono per la giornata pesante, ma così tanto che non gli faccio nemmeno i complimenti per Airbag. Si unisce anche Analize che ci svela dei retroscena di cui non potremo parlare in questa sede. Ink ad alta voce proclama l’annunciata presenza di una delle Kris & Kris (ma non c’erano tutte e due?), non rendendosi conto di averla alle spalle. Poi arriva Luca Wittgenstein Sofri deliziosamente accompagnato. Al centro scommesse Inkiostro-FFWD la partecipazione dell’intenditore era data così per certa che un’eventuale puntata di un euro avrebbe garantito soltanto la vincita di un centesimo. Mentre Inkiostro mi celiava minacciando di nominare ad alta voce FFWD se fosse ripassato, io pensavo di aver fatto bene a non mettere il piumino smanicato, evitando così un imbarazzante effetto specchio. (Per la cronaca, chi fosse passato davanti all’entrata del Rainbow mi avrebbe riconosciuto dal piumone che indossavo quando mi hanno respinto ai provini del video di P.I.M.P. di 50 Cent & G Unit, mentre all’interno mi avrebbe riconosciuto dalla tenuta Damon Albarn Girls & Boys con cui è ufficialemente partito il revival degli anni ’90). In zona vip oltre alla presenza di Nanà di MTV, di cui ignoravo l’esistenza vista la mia attuale lontananza dalla televisione, si è segnalata anche Irene Grandi (che però io non sono riuscito a vedere, ma mi fido), così i miei fratelli imparano a sfottere la musica che ascolto.
Buon ultima arriva Zazie che saltarellando tra la zona vip dell’anfiteatro e il nostro angolo di attesa alla destra dell’emiciclo, ci presenta diverse ragazze di cui non ricordo il nome ma che saluto, mi regala una spilletta di Peaches e assiste con noi al set iniziale di Josh Shearer dei Pedestrian senza Pedestrian. A parte la surreale sensazione provata durante un pezzo in cui suonava alla maniera di Alex Britti co’ tutti li suoi pedalini come se fosse un gruppo constellato di quelli col nome lungo e col palco pieno, il miniset scorre veloce con Damiano Riso che lo osserva a un metro da noi. Ma noi siamo timidi e non lo importuniamo.
Quando inizia Damien Rice ci spostiamo in prossimità del palco. È l’ultima data del tour europeo e si sente, si sente anche se te lo dicono solo alla fine e si sente pure quella sicurezza di chi ha messo a posto i pezzi di un mosaico e nonostante questo ti emoziona col suo trasporto e soprattutto con quello che ha scritto. Il concerto non vuole finire mai, con le sue storie di bus persi a introdurre le canzoni che mi ricordano l’ultima metro persa alle 00.10, con Amie che canto a squarciagola, con le bottiglie di vino rosso e bianco stappate sul palco, con i pezzi chitarrosi come Woman Like A Man che non stanno sull’album, con Lisa che appare sempre all’improvviso dal buio e che alla fine gioca coi nastri tirandosi quasi sulla testa un riflettore per spegnere ancora la luce su di lei che ogni tanto l’abbaglia, con Damien Scorn Scorn che quando suona The Blower’s Daughter le piazza in mezzo Creep (ma avrebbe potuto anche scegliere No Surprises) e rimani lì con la sensazione che Thom Yorke abbia fatto scelte sbagliate. E altri brividi e risate si susseguono tra una (non)-conclusiva e dolce Cheers Darlin’, citazioni di Glorybox dei Portishead, la violoncellista dagli occhi troppo chiari per la mia macchina gigitale che sul battimani del pubblico si esibisce in una comica e trascinante Seven Nation Army, il francese e il “dick made of wood”, il buio delle luci spente di una Cold Water che fa tremare le gambe, tutto in un rigoroso ordine non cronologico.
Zazie è gia andata via per colpa delle sue accompagnatrici e non le ho potuto dare la frutta di martorana, saluto Inkiostro, Lucio, Analize e mi dirigo verso casa, grazie al passaggio della gentilissima Lara. Cammino da Piazzale Loreto per le strade vuote e riguardo le fotografie col rischio di sbattere su qualche lampione, fin quando arrivo a casa. Mentre mi metto a letto sento in cuffia Amie prima di addormentarmi. Sono le 3.14.