12.5.03

(Put Your Head On My Shoulder)

Il sito di Christian Fennesz, da poco on-line, comunica che l’uscita del nuovo disco avverrà da qualche parte in un’estate che già si preannuncia infinita. Sarà un sollievo freddo e acquatico chiamato Venice. Il disco conterrà una collaborazione con David Sylvian, a seguito dell’intervento di quella creatura mitologica che è il Fennesz (metà chitarra e metà laptop) nel nuovo dell’ex Japan, in uscita questa settimana. Quando ho letto la notizia ho pensato a Fenny, che forse ancora non mi/lo ha perdonato per la Paint It Black su Plays.

Vatti a fidare…

Il bassista dei Low ha lasciato i Low.

La musica, prima di tutto

Neko Case ha vinto, ma non accetterebbe la proposta di Playboy per timidezza e per proteggere la sua musica (= non si fida di quegli avvoltoi della stampa americana). Il suo voto è andato a Chan Marshall.

Pure il panda non parte (Decenni)

Il mio settimanale di riferimento non mi tradisce. Punta su Margot Sikabonyi in copertina e raccoglie il grido di dolore soggettista di Maria Venturi, rissosa ed egotista come piace a noi. È tenero quando, a sostegno di un articolo di Lorella Cuccarini, affianca la locandina di Les 400 Coups presentandolo come uno dei primi film sul bullismo. Impagabile a pag. 15, quando una ventenne già troppo vissuta chiede alla Suni come uscire da un triangolo col fidanzato e il cugino divorziato del fidanzato e riceve per risposta “E se ne cercasse un terzo?”. Una sola cosa non mi è chiara, oltre al motivo per cui si debba curare l’insonnia cronica. Oggi ha accolto anche il nostro appello sull’assenza di allegati e ha inaugurato una raccolta di cd contenente i migliori successi dei quattro precedenti decenni: a che titolo la presenta Carlo Conti?

Oggi

Umidità in lento aumento.

La canzone del giorno

Trust - The Cure

10.5.03



27


Oggi

Ventisette.

La canzone del giorno

Siamo noi, siamo noi, i campioni dell’Italia siamo noi - Noi

9.5.03

La pazza storia delle vampire lesbiche

Soltanto un anno prima aveva spogliato una giovane Romina Power in Justine, ma non era per niente soddisfatto del risultato. “È stato come girare Bambi 2”, disse. Christopher Lee si era fatto cancellare dai titoli di testa del suo La Isla De La Muerte perché non si era reso conto in tempo del film in cui si era cacciato. L’anno dopo passò ai vampiri e soprattutto alle vampire. Quando ti chiami Jesus “Jess Franco” Manera e sei capace di girare tredici film in un anno, capita anche questo. Un fallimento economico lo costringe alla exploitation con mezzi limitati e lui che fa? Se ne esce con un anti-capolavoro che segna generazioni di registi e musicisti. In tanti si sono esercitati nella ricerca del segreto di Vampyros Lesbos, di un film che nel corso degli anni è diventato un feticcio nonostante i suoi difetti. Franco proponeva una visione anti-gotica del mito del vampiro, ispirata più al mondo psichedelico di fine anni Sessanta, che alle nebbiose notti dell’Europa Centrale. La sua vampira viveva in una villa con piscina davanti al Mediterraneo e si abbronzava di giorno indossando degli splendidi ed enormi occhiali da sole. Di notte non tormentava abitanti di piccoli villaggi, ma si esibiva in un night club al suono di musiche sapientemente giocate sul contrasto tra contemporaneo e misterioso. Certo la sessualità del film era filtrata da una visione maschile che nascondeva sotto traccia un misto di attrazione e repulsione, ma non era questo il punto. L’atmosfera allucinata da sogno ricorrente, i colori sgargianti, gli ossessivi scorpioni, le due protagoniste e soprattutto le splendide ed evocative musiche rendevano ininfluenti al confronto le convenzioni, i buchi nella storia e persino la povertà di mezzi con cui si era messo su il tutto.
Si diceva delle musiche. In una scena di Jackie Brown, Samuel L. Jackson guardava un film alla televisione, mentre riceveva una telefonata. Il televisore era inquadrato da dietro, ma non si potevano avere dubbi su cosa stesse trasmettendo quella sera Canale 5. Le note erano quelle inconfondibili della lasciva The Lions And The Cucumber. Manfred Hübler e Siegfried Schwab avevano lavorato in parallelo al regista, basandosi solo su pochi fotogrammi e indicazioni. Il risultato fu a dir poco eccezionale. Sembrerebbe un minestrone a dire il vero, un po’ come il film di Franco. Strumentali lussuriosi, voci tra l’orgasmo e l’urlo mortifero, suggestioni etniche e un solido e carnale impianto psichedelico lontano mille miglia da quello stellare o legato alle droghe dei gruppi rock, che comunque vengono citati come per esempio in There’s No Satisfaction, a metà tra il tributo e la presa in giro. In certi casi si lambisce l’assurdo come in Shindai Lovers, dove all’improvviso sbuca fuori un tango che è poco definire fuori contesto ma che strappa il sorriso. Una giustapposizione così stramba è stata salvata proprio da Hübler e Schwab che non solo hanno avuto la bravura nel gestire l’intreccio, ma anche la furbizia nello spargere una frenesia che abbassasse le difese dell’ascoltatore.
Curata fin negli interludi la colonna sonora è universalmente nota per i suoi pezzi più trascinanti, come quel The Lions And The Cucumber guidato da ruvidi tagli di chitarra e da vocalizzi animaleschi fino alle progressive esplosioni dei fiati e alla chiusura che mischia assoli di sitar, chitarra, pianoforte e flauto. Eppure altrettanto belli sono due pezzi che riprendono una malinconia di fondo che circola pure nel film, Necronomania e The Message, tra i pochi in cui non vengono impiegati i poderosi fiati dell’orchestra berlinese. In particolare The Message toglie il fiato: mentre la batteria scandisce un lento quasi da mattonella, l’organo suona una melodia tra il malinconico e il funereo, mentre un uomo emette vocalizzi, tra il godimento e l’ultimo addio. Poi su Extasy esplode l’organo. Se non l’avete mai sentito, non avete idea di quello che sia. Come dissi già un’altra volta, quando ascolto questo pezzo l’arredamento di casa mia subisce una metamorfosi.

Oggi

Morpho!

La canzone del giorno

The Message - Manfred Hübler & Siegfried Schwab

8.5.03

void MotionVectors (FILE *Immaginedipartenza, FILE *Immaginediarrivo, FILE *Vettori)

Ho scoperto Matthew Herbert mentre seguivo le lezioni di Teorie e Tecniche di Elaborazione dell’Immagine. Non è una materia integrativa per rendere più presentabile il futuro ingegnere. Non è nemmeno un corso comune a Scienze della Comunicazione. Noi siamo quelli che rendono più belle le ragazze nei calendari, a colpi di bit. Non solo, ma anche. Il video di Suddenly non poteva perciò non colpirmi. Un’immagine a colori può essere rappresentata in diversi modi, a seconda dello spazio di colore scelto. Lo spazio RGB permette la definizione di un’immagine attraverso la somma di tre immagini, una rossa, una verde, una blu. Nel video di Suddenly l’immagine di Dani Siciliano, la cantante della canzone, veniva scomposta nei tre colori: le tre immagini monocromatiche si allontanavano in direzioni diverse, sovrapposte all’immagine principale. Il corso di Teorie e Tecniche di Elaborazione dell’Immagine prevedeva una tesina conclusiva che nel mio caso riguardava un metodo innovativo per la ricerca dei vettori di movimento tra due fotogrammi bitmap-RGB. Qualcosa che poteva essere facilmente integrato in un encoder MPEG.
Matthew Herbert ha iniziato a suonare violino e pianoforte a quattro anni. Il suo primo gruppo fu una big band di venticinque elementi, ispirata a quelle degli anni Quaranta. Figlio di un ingegnere del suono della BBC, si è circondato fin da piccolo di aggeggi elettronici. A scuola poi ha avuto la fortuna di incontrare un professore che suonava alla classe Reich e standard jazz. La mia professoressa di musica delle medie al massimo Calabrisella Mia e Oh Campagnola Bella. Dopo aver prodotto musica elettronica sotto vari pseudonimi, usando sul palco i più svariati oggetti della vita quotidiana, ha preso lezioni di jazz. Più o meno in coincidenza col periodo di maggiore fioritura commerciale dei DJ, quegli anni in cui anche il più conservatore degli artisti doveva avere una lista di campionamenti tra i crediti, Herbert sceglie di scrivere musica seguendo le rigide regole dell’autografo manifesto PCCOM: nessun campionamento di musica altrui, nessuna batteria elettronica, niente preset, nessuna riproduzione digitale di strumenti tradizionali, attenzione per l’accidentale quanto per il premeditato e distruzione dei frammenti di lavoro una volta completata la canzone. Come tutti i manifesti esprimeva la necessità di essere originali ed era un modo per farsi notare. Bodily Function seguiva solo in parte il manifesto, ma dava un’idea ben chiara di quali potessero essere i risultati. Tra i suoi crediti si poteva leggere che alcuni dei suoni erano ottenuti dalle articolazioni e dalle ossa di Dani Siciliano, dallo scuotimento del suo zainetto (con tanto di descrizione del contenuto), da un topolino che usciva da un bicchiere di carta, dal ronzio dell’inserimento di un jack. E però senza prendersi troppo sul serio: lo stesso Herbert racconta che durante un concerto, mentre suonava una bottiglia d’acqua, tutto il pubblico lo fissava in maniera seria e compunta; lui sorrise e tremila persone gli risposero, con quella magnifica sensazione che è l’accorgersi di essere dopotutto dei dementi.
Il suo sogno però rimaneva la big band. L’idea della Matthew Herbert Big Band si è fatta strada mentre Herbert scriveva alcuni pezzi per una docu-soap sulla break-dance della coreografa Blanca Li, nota per il balletto in circolo del video di Around The World dei Daft Punk. Con l’aiuto dell’arrangiatore Pete Wraight, Herbert ha scritto delle partiture iniziali per una band composta da quattro trombe, quattro tromboni, quattro sax, piano, basso e batteria. Come lui stesso sottolinea, più un’orchestra jazz che una big band. Agli strumentisti si sono aggiunti i cantanti: la fedele Dani Siciliano, Arto Lindsay, il leader dei Super Collider Jamie Lidell, Mara Carlyle e Shingai Shoniwa. Il materiale registrato quindi è stato decomposto e ricostruito secondo le regole del manifesto, con l’aiuto di membri dei Mouse On Mars e dei Plaid. Al solito non mancano stramberie come percussioni ottenute attraverso il lancio di elenchi telefonici da diverse altezze e ticchettii ottenuti in chissà quale modo.
Dire qualcosa su Goodbye Swingtime è per me difficile e per questo lascio il compito a chi ha più familarità col genere. Non saprei dire dove è citazione e dove scrittura, dove è standard e dove invenzione. Per quanto riguarda invece l’uso dell’elettronica nella prima parte è molto ridotto, quasi rispettoso. Col procedere del disco diventano maggiori gli interventi. L’orchestra a fettine start e stop percorre tutta Fiction, ma nelle successiva Chromoshop si interseca con sezioni più convenzionali, fino a The Battle dove è solo preludio alla classica cavalcata. The Many And The Few sembra uscita da Idiology dei Mouse On Mars. I pezzi cantati dalle ragazze sono quelli con l’uso maggiore di elettronica soprattutto per le strutture ritmiche - chissà perché. The Three W’s è sullo stile di Bodily Functions. Misprints è la più sincopata, si dice così? In Simple Mind i rumori e i clic cedono a tratti la scena all’orchestra nella sua versione più notturna. L’ascolto è godibile e fortunatamente evita certi luoghi comuni dell’acid jazz, ma, come detto sopra, per questioni più tecniche dovrei affidarmi ad un consulente.

Blu: Frugando nei titoli di testa

Quando perdete qualcuno di vista, il primo posto in cui andare a cercarlo è la televisione. Ecco cosa fanno ora Wendy & Lisa. E pure Mark Mothersbaugh dei Devo, che ora musica i Rugrats.

Verde: Bittersweet Simphony

Termina il Grande Fratello e vorrei ringraziare Mediaset e Aran Endemol per le centinaia di persone che in questi mesi sono arrivate qui grazie a questo. Considero una vittoria averne mantenuto anche soltanto una. Per immortalare questo momento, ho pensato di condividere con voi una perla per cui non finirò mai di ringraziare la cara MoRgAn MaGaN: una canzone di Barbara D’Urso. Io parlo e rido.

Rosso: Mao. Maaaaaaaaaaao

Ho rivisto Seymandi.

Oggi

Le viole, sono viola! (come disse la mia bisnonna la prima volta davanti ad un televisore a colori)

La canzone del giorno

Glory - Television

6.5.03

Musica a tesi

Questo disco è uscito in sordina alla fine dell’anno scorso e soltanto in Canada. A seguito di un crescente passaparola e dopo articoli come questo, il disco verrà pubblicato anche in America il mese prossimo. You Forgot It In People è il secondo lavoro dei Broken Social Scene, un numeroso collettivo costituito da quindici persone provenienti da diverse band della scena canadese, unite dall’unico intento di scrivere musica pop. Sembra facile, lo fanno in tanti ma finora loro non lo facevano. Questi tizi vengono da gruppi quali KC Accidental, By Divine Right, Do Make Say Think, Treble Charger e A Silver Mt. Zion/Godspeed You! Black Emperor, non esattamente prototipi del pop in quattro minuti.
Se fosse un supergruppo di artisti affermati probabilmente sarebbe imploso dopo quattro secondi, causa sgomitate. Qui invece c’è posto per tutti, sarà mica perché sono canadesi? Certo il risultato è variegato, al punto che suona quasi come una compilation, non voglio dire un greatest hits per non essere eccessivo. Come impressione di massima siamo dalle parti degli Spoon, ma c’è molto di più. Avete mai sentito un crescendo con violini alla Godspeed in una canzonetta adolescenziale e non millenarista (park that car/drop that phone/sleep on the floor/dream about me) da quattroetrentacinque suonata con banjo e poco altro come in Anthems For A Seventeen Years Old Girl? Avete mai sentito una canzone che programmaticamente si chiama Almost Crimes (Radio Kills Mix) nonostante non esista una versione da cui è stato tratto il mix? Mi trovate un telefilm che abbia come colonna sonora Pacific Theme? Qualcuno mi pizzica sulla guancia per dirmi che non è Jeff Buckley che canta in Lover’s Spit?

Alcool

Però voglio parlare di un concerto pure io. Pur essendo palermitano, sono sardo al 75%. Mio padre è sardo e mia madre è palermitana, ma figlia di un sardo. Fin da piccoli quindi passavamo le vacanze in Sardegna: “in Sardegna” indica il baricentro della Sardegna. Un piccolo paese dell’entroterra non è proprio un luogo dalla grande attrattiva turistica, tanto che a volte per una settimana ci si spostava verso uno degli estremi. Nei paesi del Campidano però, come in tutti i luoghi dalla tradizione contadina, c’è la festa del santo patrono (lì come qui patrona) che coincide più o meno con la fine del raccolto. Oggi sempre più la festa del patrono è diventata la festa dell’emigrante, che ritorna a casa e scopre chi è morto, chi è nato e che anche il paese è diventato una giungla d’asfalto.
Il rigido cerimoniale della festa è scandito da sempre dal susseguirsi delle serate in piazza: concerto, spettacolo folkloristico e/o comico dialettale, ballo liscio e processione con fuochi d’artificio finali. L’anno prima avevano cantato i Tazenda. Noi non c’eravamo, ma i miei parenti raccontavano di file di macchine posteggiate fino a fuori dal paese, di gente che dal circondario si era spostata per sentirli. Chi ci sarebbe stato quell’anno? In un paese vicino suonavano i Soon. I Soon non mi erano molto simpatici, erano usciti da poco con “Spirale”. La cantante dei Soon si chiamava Odette Di Maio, che suonerà anche bene ma è come chiamarsi Veronique Crapanzano. Da noi il manifesto recitava Dorian Gray. Avevo sentito una loro canzone su Planet Rock, ma gli abitanti del paese non sapevano chi fossero. Tutti però ripetevano la stessa frase, detta probabilmente dal sindaco per giustificare l’evento dovuto alla Regione Sardegna, che patrocinava il concerto: hanno suonato anche in Cina.
Lo vedete il dolmen della copertina? Era su quel palco. Fidatevi anche di quello che è scritto su di loro. Rock maledetto alla Doors, anche se fisicamente ricordavano di più gli Who. I primi due pezzi erano bastati per allontanare molta gente dal palco, anzi, sotto al palco erano rimasti in tre. Io e mio fratello eravamo poco più indietro (And if there's one thing that I learned when I was a child, It's to take a hiding). I tizi avevano anche risuonato Waiting For The Sun e Luglio, Agosto, Settembre (Nero). La gente in fondo era più o meno imbufalita. Ad un certo punto, durante un pezzo abbastanza dilatato, il cantante prese una bottiglia di alcool, scese dal palco e cominciò a spruzzarlo per terra, disegnando qualcosa intorno al pubblico allibito. Poi prese un accendino e lo avvicinò alla striscia: si formò una stella di fuoco. La gente non la prese molto bene: alla fine della canzone mio zio gridò un Andatevene! che è diventato una sorta di tormentone per me e i miei fratelli, quando qualcosa non ci piace molto. Il concerto terminò prima della sua fine naturale e il giorno dopo alcuni del paese dicevano di aver trovato delle siringhe dietro al palco, ma secondo me si erano inventati tutto. E intanto quelli di Aritzu avevano i Ricchi E Poveri.

His name is alive

I concerti del cuore. EmmeBi ha raccontato i suoi. Lo hanno fatto anche Mantellini, ander kostructiòn e Clutcher. Mamma quanti concerti, e che nomi. Non provo neanche a compilare una lista striminzita, mi vergognerei troppo di me. La verità è che sono un pigro provinciale che non è nemmeno mai scappato da casa.
Invece segnalo anche un altro bel racconto, The Radio Dept. visti a Londra da Polaroid.

Pus

Ancora una raccolta di copertine: oscure punk band. Va bene che avevo due anni e posso non saperlo, ma anche Andrea Mingardi era un punk?

Dénué de magie

Ho trovato qualcuno che la pensa come me sul nuovo disco dei Goldfrapp.

Oggi

Ho fatto una fila.

La canzone del giorno

3 AM Eternal - KLF

5.5.03

Luoghi comuni

Quanti luoghi comuni mi stanno venendo in mente! E tutto perché intendo parlare di una cantante che utilizza la madrelingua tedesca nel suo nuovo disco. Volevo partire dall’esterofilia dell’italiano, parlare di come sia mediata dalla nostra ritrosia verso la lingua straniera. Avrei discettato di traduzioni e doppiaggi che annullano mosaici linguistici e della mania per la rilettura all’italiana della musica popolare straniera, uno dei fenomeni della nostra beat generation. Rita Pavone e Caterina Spaak, il martello e quelli della mia età. Avrei svelato che il sottotitolo del mio blog è in inglese unicamente perché credevo che la voce description si riferisse a tutto meno che al sottotitolo. Poi mi sono detto che ancora non sono pronto per un posto nel CdA RAI. No, in realtà mi sembrava ancora più ridicolo di queste righe quassù.
Il tedesco è una lingua musicale. Tutti quelli che conosco e che hanno studiato il tedesco me lo dicono. Facile fare ironia sulle parole ricorsive tanto amate da noi ingegneri e filosofi o sui suoni duri e consonantici che comunque abbondano. Eppure il tedesco è stato lingua di poeti e musicisti e di ragazze inaspettatamente senza il vocione da centometrista della DDR. E tra i suoni consonantici ci sono pure quelli sibilanti, accattivanti se uniti al gioco delle vocali, lunghe e brevi, al punto che di riflesso i suoni più duri diventano solo piccoli e innocui graffi.
Non sorprende allora che Barbara Morgenstern canti in tedesco in Nichts Muss, suo terzo disco che la vede interagire con due santoni dell’elettronica tedesca come Stefan Betke aka Pole e Thomas Fehlmann, collaboratore/membro più o meno interno degli Orb. Barbara Morgenstern l’ho conosciuta sul singolo dei Dntel (This Is) The Dream Of Evan And Chan: il suo remix, anche se musicalmente aveva modificato poco la canzone, si faceva notare molto dato che ricantava parte del testo. Lì però si affidava ancora alla duttilità dell’inglese. In questo disco invece ha fatto una scelta che potrebbe essere anche poco remunerativa, ma che suona come una sfida. Inserendosi nel filone di contaminazione tra elettronica minima e canzone, tenta una strada diversa da quella più o meno rock dei Notwist e da quella più o meno pop dei Postal Service: pop da camera (da letto, quasi). Nulla di particolarmente nuovo, ma con suoni curati, raccolti e raffinati, forse anche troppo.
Una canzone in particolare, Gute Nacht, però spicca proprio per i motivi di cui sopra, per come il tedesco è trattato, alla ricerca di una musicalità che sia dolce e sensuale, anche senza fare a meno dei più caratteristici suoni ruvidi. Certo Barbara è aiutata soprattutto dalla sua voce, che rende meno ardua la riuscita del tentativo. E dove abbondano le erre e le zeta si percepisce comunque una piacevole sensazione di contrasto. Tuttavia è un buon esempio di come il tedesco possa andare bene anche per il pop e non solo per il thrash metal o lo yodel.

Il gioco dell’estate: Hey, Mr DJ

Scoprite anche voi il vostro nome da DJ. Al mio nick corrisponde DJ Pervert, mentre al mio nome e cognome per esteso corrisponde The Squealing Piglet. Quando si dice essere destinati. La cosa che mi ha sconvolto è che anche a Cesare Previti corrisponde DJ Pervert.

Spigolature

Ben Gibbard (Death Cab For Cuties/The Postal Service) on Penis enlargement price comparing.

One More Time

Leiji Matsumoto e i Daft Punk ancora insieme, prossimamente a Cannes.

Ladri di immagini

L’indimenticata Lady Miss Kier dei Dee-Lite (Dee-Groovy) ha fatto causa alla Sega perché in un videogioco un personaggio le assomiglia troppo e si chiama persino Ulala, come il suo caratteristico urletto.

Scena del crimine

Lo ammetto. Sono tornato sul luogo del delitto. E però sono rimasto deluso. Niente pezzo musicale di Maria Celeste Crucillà. Non valgono gli articoli su Patty Pravo e Michael Jackson. Persino l’articolo di Biagi su Playboy non considera la svolta indie che abbiamo fiutato. Manca pure Maria Venturi. Ma resto fedele: Sandro Mayer, non mi avrai!

Qualcuno la fermi, vi prego!

Quando Madonna ha saputo che il suo WTF, opportunamente remixato, ha avuto più successo del disco vero, non ha esitato: ha chiesto ai suoi avvocati di far chiudere il sito in questione e, per bloccare la diffusione attraverso il peer-to-peer, ha compresso in mp3 le canzoni di American Life, le ha rinominate come se fossero i remix presenti sul sito e li ha messi in condivisione su WinMX. È stata sgamata perché era anche l’unica ad avere in condivisione il divx di Swept Away.

Le marriage pop

Elvis Costello ruba l’idea alle t.A.T.u. Confrontate i due orari: Costello e le t.A.T.u..

Oggi

Riprese: l’amour n’est pas pop.

La canzone del giorno

Max - Paolo Conte

30.4.03

Yeah Yeah Yeahs vs The White Stripes

Potevo esimermi dal dire la mia sui due gruppi più pompati del momento? Forse, ma se ne devo parlare preferisco metterli contro. Non che questa rivalità esista, non è come negli anni Ottanta, quando Cindy Lauper chiedeva dal parrucchiere la tinta al negativo di Madonna, con tanto di ciocca. Non sono come Duran Duran e Spandau Ballet e io non sono vegetariano. Non so nemmeno se gli Yeah Yeah Yeahs riceveranno tutta la pubblicità tributata agli Stripes. E non vale uscirsene dal discorso con ‘tanto sono copie di copie di copie’.
All’angolo destro in calzoncini bianchi e rossi abbiamo i due The White Stripes, Detroit, chitarra e batteria, Elephant. All’angolo sinistro in nero e con Karen O vestita dal suo stilista personale si presentano i 3 Yeah Yeah Yeahs, New York, anche loro senza basso, Fever To Tell. Gli Stripes sono più grezzi e sono indebitati col blues, gli Y3s sono meno essenziali e rubacchiano alla disco. Io tifo Y3s, anche se non ho capito se abbiano o no il The iniziale.
Le canzoni che mi piacciono davvero su Elephant le riesco a contare sulle dita di una mano di Homer Simpson: Seven Nation Army è una progressione che inizia come una marcia militare e ruota intorno a un pugno di note, ma è buona per ballare, per fare casino; I Just Don’t Know What To Do With Myself non risalta solo per Bacharach, ma anche per un Jack White meno piatto che altrove; It’s True That We Love One Another perché è paracula; Hypnotise perché le dita di Homer su una mano sono quattro e perché Jack sembra un Elvis maniaco (telefonico). Un po’ poco, le altre non mi entrano proprio in testa e non batto nemmeno il piedino per terra.
Gli Y3s invece infilano un pezzo ballabile dietro l’altro e mantengono la tensione anche quando abbassano il ritmo. Se si deve cedere all’hype almeno bisogna divertirsi. Meno sporchi che sugli EP, puntano sugli strattoni di Miss O, ruvida ma capace di inaspettate dolcezze, e smanettano un po’ con gli effetti per evitare l’uniformità. L’effetto piedino mi scatta, soprattutto quando si lasciano andare come in Date With A Night, Black Tongue e Y Control. Non male anche il tentativo di ballata di Maps, finora non presente nelle loro canzoni. Certo, non so se abbiano usato soltanto strumenti pre-1963, ma non è che mi importi molto.

Il carretto passava e quell’uomo abbanniava CHIHUAHUA

Forse lo sapete anche voi, è stata recepita una direttiva europea che inasprisce le sanzioni per chi infrange il diritto d’autore. Dalle strade sono scomparsi i banchetti che affollavano i portici e gli angoli di quasi tutte le città italiane, l’hanno detto alla televisione. E poi c’è Palermo. Qui non è cambiato nulla a quanto ho visto oggi in Via Maqueda, lì all’incrocio con Via S. Agostino. A Palermo la pirateria è un bene culturale da preservare. Noi non abbiamo il semplice banchetto dell’extracomunitario con cui è facile scappare se arriva un vigile. Noi abbiamo dei carretti che si muovono per la città come soundsystem, spinti da antenati di dj che hanno visto passare sotto i loro occhi l’evoluzione di strumenti, supporti e gusti. Se mettessero in pratica quello che sta provando a fare ora Steve Jobs guadagnerebbero sicuramente di più dell’americano.
Già, hanno anche un enorme senso del mercato e muovono la testa a ritmo mentre spingono quel carretto con i poster dei cantanti napoletani attaccati sul fianco chiuso. Ecco, credo che ci siano pure a Napoli questi carretti, il regno delle due Sicilie. Dicevo del loro senso del mercato. Sono i primi a individuare i tormentoni, ma sono capaci anche di crearli. Il palazzo dove abito ha di fronte un ipermercato. Per un certo tempo uno di questi carretti aveva deciso di fermarsi lì davanti e di suonare a ripetizione una canzone da un Best Of Zecchino d’Oro piratissimo, Il lungo, il corto e il pacioccone. Non so perché, ma forse si era reso conto che gli ipermercati sono frequentati soprattutto da mamme con bambini piccoli al seguito o semplicemente aveva venduto molte copie dello Zecchino d’Oro ufficiale il mese prima. Il problema era la ripetizione continua della canzone, anzi delle canzoni, visto che invece di riportare indietro la cassetta, azionava l’autoreverse e faceva sentire Il coccodrillo come fa?. In quel periodo sotto esami, raggiunsi la calma flemmatica di Jack Nicholson più o meno a tre quarti di Shining quando un rivolo di bava gli scende dall’angolo della bocca mentre cerca di fare a fettine qualsiasi cosa gli capiti davanti.
Certo a volte vanno sul sicuro. Come quando vendevano le cassette di Sanremo, la mattina dopo la puntata. Non c’erano ancora la registrazione in digitale dal ricevitore satellitare, Kazaa e i cd, ma si sapeva subito che il babà era una cosa seria. Pippo Baudo iniziò a perdere capelli per colpa loro. Altre volte scommettono, come con Chihuahua quest’anno: era sicuro il tipo del soundsystem, si ricordava pure che DJ Bobo aveva avuto successo a metà degli anni Novanta. Ma quest’anno, ammettiamolo, sono voluti andare sul sicuro e hanno usato la formula Mambo N°5: che volessero evitare i vibranti editoriali di Mario Giordano sull’argomento “Come mai ad Agosto non abbiamo ancora un tormentone”?

Aggiunta che mi è venuta in mente solo ora.
Il mio liceo risiedeva in un antico palazzo del centro storico che era stato convento, ospedale e infine carcere minorile. Di solito avevamo la classe che dava sul cortile interno, ma una volta al secondo anno ci fu data quella che dava su una piazza nota anche cinematograficamente per un cult del cinema palermitano, o forse due. Durante una lezione molto sottotono, di quelle all'ultim'ora dopo un'ora di educazione fisica, all'improvviso sentimmo uno di questi carretti che dal silenzio scoppiò in un ta-tta-ra-tta-ra-ta-tta-ra inconfondibile: la sigla di Beautiful.

Spaesamento

Avete presente quando si incontra qualcosa di familiare in un contesto che ne altera la percezione, al punto che sulle prime nemmeno ti rendi conto che quel qualcosa è lo stesso con cui convivi dalla nascita? Mi sono incartato, non so descrivere bene questa sensazione, i tedeschi hanno una parola ben più adatta di spaesamento, ma ora non la ricordo. Lo diceva il mio professore di storia e filosofia che il tedesco è importante, ma tre anni di vocaboli inframezzati subdolamente nelle sue lezioni non sono bastati. Le cose sono andate così. Stavo sentendo il nuovo disco di Tricky, Vulnerable, che uscirà a giugno e conterrà pure due cover, Dear God degli XTC e The Love Cats dei Cure. Un primo ascolto in cuffia non particolarmente esaltante, al punto che dopo un po’ mi sono distratto. L’undicesima canzone, Where I’m From, è un po’ più veloce delle altre ma questo non mi distoglie molto da quello che stavo facendo. All’improvviso però succede qualcosa che sulle prime non riesco a focalizzare. Poi piano piano riesco a realizzare: la cantante che finora ha duettato con Tricky si è messa a cantare in italiano. Ho pensato che Tricky avesse concepito qualcosa di geniale, una canzone in inglese dove all’improvviso si sentissero parole nella lingua dell’ascoltatore, in modo da ripetere questo effetto straniante in un numero di paesi sufficiente a non rendere il disco un fallimento economico fin dall’uscita. Invece la cosa si è ripetuta anche nell’ultima traccia. Dopo una breve ricerca ho scoperto che la nuova musa di Tricky, che ricorda molto Martina, è italiana e si chiama Costanza Francavilla.

Station Wagon: Time Takes Its Crazy Toll

Il sito di Playboy ha deciso di trasformarsi in una fanzine, è chiaro. Non inserisco il link, ma hanno intervistato Thurstone Moore dei Sonic Youth. Gli hanno chiesto se il fatto di essere padre lo influenza dal punto di vista artistico. Ha risposto che, quando la famigliola si trova in macchina, la musica viene scelta da sua figlia. E sua figlia è molto ossessiva negli ascolti. E sua figlia per ora vuole sempre ascoltare il CD di Vanessa Carlton e le colonne sonore di Chicago, Sabrina the Teenage Witch e The Powerpuff Girls. Dico: immaginate solo per un attimo Thurstone Moore e Kim Gordon in questa sorta di contrappasso. E poi uno scambio geniale:
PB: How difficult is it balancing being a dad and being in a rock band?
TM: Well, one of your priorities as a parent is to bring home the bacon. And for me, being in a band brings home the bacon. I have to do it. At the same time, it limits when we can tour because of school, or it limits the amount of time I can get work done at the house, because of the needs of a child. It's somewhat difficult, but it's not something you can complain about.
Nell’articolo si parla poi delle riedizioni di Dirty e Goo. Vabbé, torno a leggere l’Espresso che dice che i cinquantenni sono giovani.

Oggi

Tempo e spazio.

La canzone del giorno

Message In A Bottle (Live) - Cristina Donà

29.4.03

Altre voci

Bertoncelli stronca Daniel Johnston.

Nel sole

Lo dicevo io, con una maglietta con le maniche corte Summer Sun degli Yo La Tengo si gusta meglio. Non è ancora la pesante afa di Agosto, non è una fila in autostrada. Niente traffico davanti a me e niente fretta. Il finestrino è aperto e faccio a meno dell’aria condizionata finché è possibile. Non sono propriamente canzoni sul sole, ma ne hanno tutte le sfumature: albe, pomeriggi sonnecchianti, tramonti a ballare prima di cena. Il basso pulsa raggi caldi ma non bollenti e la batteria ne asseconda le variazioni, introducendo però ogni volta sapori diversi tra il tropicale e il jazz. Le chitarre non sono l’elemento principale ma sono la brezza del disco: mai distorte, scelgono spesso la via rossa e vespertina dello slide e degli effetti liquidi. E poi tratteggi minimi di elettronica ambientale, pianoforti sempre in bilico tra il notturno e il diurno, spruzzate di hammond in Winter a go-go e il lungo duetto tromba/flauto di Let’s be still. Chiude una delicata e nostalgica cover di Take Care di Alex Chilton, che si lascia dietro surf, jazz e forse anche il sole. Fino a domani.

Too hot

Già qualche tempo fa il sito di Playboy aveva mostrato segni di apertura verso il pubblico rock attraverso un’intervista a Stephen Malkmus. Non so quali studi di marketing portino a ciò, ma adesso hanno lanciato un sondaggio on-line per decretare la ragazza più sexy dell’indie rock. Pensate quanto tempo è passato da quando nei video rock si affiancavano ragazze poco vestite alle chitarre per vendere qualche copia in più. Oggi succede il contrario, miracoli della crisi.

P.S.: mosso dalla mia passione per ragazze dai capelli corti ero indeciso se votare Ida No o Caithlin De Marrais; così ho scelto Neko Case, che attualmente è anche la più votata.

Passano le stagioni

Sparate al più anziano. E correggete nell’articolo il venticinque, perché avete premuto il due al posto del tre.

Primi freddi

Il nuovo disco di Frank Black arriverà a Settembre e sarà triiiiiiiiiiiiiiiishte.

Oggi

Maniche corte.

La canzone del giorno

Na Na’s Waltz - Aqua Bassino

28.4.03

A summer wasting

Tempo fa corrispondevo con una ragazza di Detroit. Beh, non era proprio Detroit, ma un sobborgo. Insomma, non fa poi molta differenza, anche perché presuppongo che Molly non mi legga. Detroit è una città che ha molta musica nel sangue, ma che non piace molto ai suoi abitanti. Per la questione irrisolta del fascino degli opposti, amano il sole della California e dell’Europa, ma prima o poi finiranno a New York, che è più vicina e offre più possibilità. Detroit è la Motown, il garage rock di Stooges ed MC5, la acid-house. Detroit è anche l’industria automobilistica che è in crisi perché si priva del supporto delle migliori giovani menti in circolazione.
Fred Thomas è nato a Detroit e anche lui deve essersi sentito prima o poi fuoriposto. I laghi non hanno onde, non sono profondi e il terriccio è soltanto una viscida copia della vera sabbia. Credo che si senta fuoriposto pure musicalmente e che ami molto giocare con contraddizioni e cliché. Io ci vado matto per queste cose, deve essere un innato desiderio nascosto di essere abbindolato. Fate una volta anche voi un esperimento: provate ad andare in un negozio di elettronica e a fingervi svagati clienti alle prime armi. Una delle cose più divertenti del mondo, i venditori. Io li valuto sulla base del numero di secondi che impiegano per pronunciare “ultimo tipo” o “ultimo modello”. Non avete idea di cosa vi proporranno come ultimo modello, un mirabolante oggetto in grado di fare persino il caffè e che stranamente non ha una tastiera, ma due comode tazzine infrangibili in moplen in omaggio. Un vero peccato essere lì solo per finta.
Torniamo a Fred Thomas che crede di vivere negli anni Sessanta, ma anche un po’ nei Settanta, negli Ottanta e nei Novanta. Si è circondato di un gruppo di persone numeroso, dodici o giù di lì, chiamato Saturday Looks Good To Me e ha scritto All Our Summer Songs. Canzoni dalla durata rigidamente radiofonica, che suonano come uscite anta anni fa da una stazione AM. Mura di suono stipate negli spazi angusti di un quattro tracce, con gli orchestrali che si riuniscono nel garage sotto casa. Un rimando continuo agli stereotipi dei favolofi anni feffanta, tutto molto costruito e senza vergogna. E qualche giochino con le manopoline. Okkei passiamo ad altro.
Il problema, se non l’avete capito, sono io che ancora non ho deciso se considerarla una schifezza o reputarmi definitivamente demente. Ne ho sempre più la certezza da quando non riesco a cambiare durante la pubblicità su Onyx di quel cofanetto sugli anni Sessanta coi Monkees e quella canzone che fa “No milk today, my love’s gone away”. Per esempio sono tormentato dall’inciso di fiati che si sente all’inizio del disco in Untitled e ricorre alla fine di No Good With Secrets e nella cavalcata power-pop di Alcohol. Vorrei un ballo di fine anno per The Sun Doesn’t Want To Shine. Meet Me By The Water sembra una canzone dei Turtles in mano a un dj giamaicano. C’è pure il lascia che ti aspetti per ore di Ultimate Stars, “If I don’t see you soon, I have to find another game to lose”. E due comode tazzine infrangibili in moplen in omaggio.

I hate people when they’re too polite

David Byrne aiuterà Homer Simpson a scrivere una canzone d’odio per Flanders.

Voi non lo sapete, ma in privato è abbronzato

Oggi, il mio settimanale di riferimento, quello che è un peccato che non ti allega i dvd, che ti regalerebbe sicuramente quel capolavoro che è Akiko (Una giapponese a Roma con trentatrè anni di anticipo), non come quelli lì intellettualoidi che regalano i Cadaveri eccellenti che suona pure macabro quando lo chiedi all’edicolante o come quello che ha mangiato pane e volpe che devi comprare i dvd per raccogliere i bollini per comprare il lettore agevolato, come se io che compro un dvd non ho già un lettore, agevolato o no che sia. Io e le mie digressioni, tze.
Dicevo. Oggi, il mio settimanale di riferimento, quello con la mia critica e autrice televisiva pure lei di riferimento, che questa volta ha sottolineato una debolezza, e non pare vero, della De Filippi, non come quella donna tutta d’un pezzo (che è l’Alda), che non cita Freccero quando cita quell’altro lì che diceva che nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso e se c’era Brontolo gli rispondeva: “pure tu morso dalla dentiera di mia suocera?”. Io e le mie digressioni, uff.
Arrivo al punto. Oggi, il mio settimanale di riferimento, quello con le critiche ai libri della Casella, quella che presentava la Domenica Sportiva dove una volta aveva invitato Alexi Lalas e ci aveva pure cantato insieme ma prima presentava A Tutto Volume e non è un gioco di parole, e che però questa volta si occupa di libri pure nelle ultime pagine nella rubrica C’è posta per noi, di un libro di un professore di Ispica che sostiene che Shakespeare era siciliano e d’altra parte come contraddirlo, visto che sapeva che non ogni nube porta tempesta, ché qui di tempeste non ne vediamo quasi mai e ché Oggi ce lo danno col Giornale di Sicilia. Io e le mie digressioni, minchia.
Concludo. Oggi, il mio settimanale di riferimento, parla di musica. Prepara il palato a pagina trentadue con una foto di Martina Colombari vestita da punk, che ricorda più Laura Freddi che una delle Slits. Il piatto forte arriva però a pagina cinquantacinque (non starete mica sbirciando la cinquantaquattro?!): un lungo articolo di Maria Celeste Crucillà su Marilyn Manson. La tesi portata avanti è a metà tra lo sdoganamento presso il pubblico pantofolaio, ma la Crucillà non sa che Warner guarda la Potemkin soltanto per la scena dei vermi sulla carne, e la pubblicità occulta al formaggio da spalmare incastonata tra le pagine. Cosa mi ha colpito tanto allora? La giornalista di MTV (Italia?) che fu fidanzata di Manson? La chiusura epicaeticaetnicapathos (“Così come cresceranno i nostri figli e verranno, pure loro, assorbiti dal mondo e dalle sue regole”)? No. Che ci faceva su Oggi il gemello cattivo-ma-solo-per-scherzo di Luca De Gennaro?

Rassegna link

Qualche segnalazione sparsa.
Storia della Rhino (Massimo Bernardi)
Kinsella dei Joan of Arc ha fatto il pazzo a Roma (Night Passage)
La Crus live: Inkiostro, che abbina anche Cristina Donà, e Storie.
E poi altri blog musicali: G2, Comunicare con la musica e, visto che parla spesso di musica, Gecco.

Aggiunta in corsa per farmi perdonare dell'errore del link: storia di West Country Girl: Nick Cave e PJ Harvey, ancora da Inkiostro.

I was puzzled by a dream, (that) stayed with me all day in 1995

Uno speciale della BBC si è occupato della Electric Honey, l’etichetta gestita dagli studenti del corso di music management dello Stow College di Glasgow che consente ogni anno la pubblicazione di un EP a giovani musicisti sconosciuti. Stuart Murdoch ha raccontato la storia di Tigermilk, che non fu un EP ma un LP, e delle sue mille copie. Uhm, quello della foto non mi sembra Stuart.

Distratti!

Ma come avete fatto a perdere questo?

Oggi

Trenta gradi o giù di lì.

La canzone del giorno

Mama Don’t Smoke - Bran Van 3000

25.4.03

Love for Love’s Sake

Ora che è arrivato sui grandi giornali e che qualcuno pensa che stroncarlo sia ancora più pheego che sentirlo, cambierà qualcosa per Daniel Johnston? Poco è importato allo stroncatore che fosse proprio lui a volere un disco che suonasse come i suoi idoli, come i Beatles e tutti gli altri, perché no anche i Pistols e i Ramones. Ma non è anche questa una prova della sua consacrazione? Il suo disco è arrivato in mano persino ad uno sfigato che pensa che Daniel Johnston sia una protuberanza del suo boom-box Sanyo da cinquantanove dollari e che forse confonde urgenza e lo-fi, ignorando che quando senti il bisogno di fermare qualcosa, basta tutto, persino un fazzoletto di carta usato o il palmo della mano.
La storia di Daniel Johnston è lunga e piena di colpi di scena e probabilmente ve l’hanno raccontata già altri: tutti coloro che ne parlano dosano gli aneddoti, quelli più minimi, dalle cassette registrate per le ragazze che lo consideravano un soggettone alle sue peripezie fisiche, secondo lo spazio a disposizione e la voglia più o meno forte di farne un personaggio. Quello che per altri sarebbe invasione della privacy, in lui è elemento che non riesci a separare dalla sua poetica, se non altro perché ritorna nelle sue canzoni, nelle sue parole e anche nel timbro rotto della voce, solcato da quel sollievo quasi felice che si prova alla fine di un pianto.
E poi ci sono le canzoni di questo disco. Più che di amore parlano di amore per l’amore, della sua duplice natura di malattia e medicina, della liberazione dall’ossessione dell’assenza. Mark Linkous degli Sparklehorse ha ricevuto pezzetti di cristallo brillanti e taglienti e si assume una grande responsabilità fin dall’inizio, fin da Now: sente il bisogno di sogni realizzati, di una tranquillità finalmente raggiunta nella fuga dell’arte. Daniel suona meno terreno, sembra guardarci dall’alto, mentre si allontana. Non sempre è così e allora riaffiorano momenti splendidamente ossessionanti, come una Love Enchanted dove la mente di Daniel vaga mentre ascolta Hotel California. Altrove, dove la musica si fa più rock, diventa un vecchio amico saggio che ci racconta storie ormai passate da cantare in coro a squarciagola davanti ad una birra, anche se lui non può berla. Ogni canzone poi ha i suoi piccoli particolari da amare, come lo scombinato disordine finale di Living It For The Moment. Fear Yourself è già tra i dischi dell’anno.
E grazie a Quarky e Polaroid.

Settembre, seconda decade

Da oggi questo blog ha un indice e un'iconcina.
(Basterà per finire su E sticazzi!?)

Rezpect 2 Da Supa-Dupa Max

Finalmente sto per realizzare un sogno: verrò inserito nei crediti di un disco rock. Certo non è come finire sulla copertina di un disco degli Stereolab, ma almeno adesso potrò paragonarmi a Mons. Ersilio Tonini.

Mai più senza

Se siete dei fanatici del vinile e dell’analogico questo è quello che fa per voi. (Scovato su Neural.it)

Frankly, Mr. Shankly

Quando non si resiste ad un gioco di parole.

La storia siamo noi

I grandi momenti.

Oggi

Put your hands up in the air.

La canzone del giorno

World Love - The Magnetic Fields

23.4.03

Per amore di Google

Qui sotto si parla di Lesser Matters di The Radio Dept.

A Little (C)loud

Chiunque inizi una canzone con “1995 is missing buses” merita la nostra stima incondizionata, al punto che già al secondo ascolto medito di inserirlo tra i dischi dell’anno, almeno del mio anno. Mi è sempre piaciuto perdere gli autobus, anche perché negli autobus alla fine non succede niente. Sì, la vanità degli sguardi da autobus non era poi diversa da quella che si percepiva alle fermate, mentre si aspettava. Ma mentre nel primo caso si sentiva quell’oppressione da fermata-in-arrivo-signoranziana-deve-scendere?, nel secondo avevamo il potere di rimandare se il 39, che ora si chiama 339, si fosse presentato troppo presto o di arrivare a casa prima se tornavi con tuo padre. Io non andavo contro corrente e scendevo sempre alla mia fermata, anche perché altrimenti avrei rischiato di dover aspettare un altro autobus. Nel 1995 il conto tra autobus persi e presi si spostò in maniera consistente verso i primi: il quinto anno consentiva questo e la firma sul libretto delle giustificazioni. Sono passati otto anni dal 1995 e molti di voi non sanno quello che intendo.

E poi…
… perché è lo Storytelling che non è riuscito ai Belle And Sebastian in Storytelling.
…perché sono svedesi e incidono per la Labrador.
…perché Strange Things Will Happen è il modo più bello per iniziare una giornata.
…perché non hanno laptop e non sanno ancora cos’è un glitch.
…perché mi ricordano i Broder Daniel e…sapete i Broder Daniel? Whirlwind quando si è incazzati e Underground non è il finale.
…perché si sono formati nel 1995 e la bassista è la ragazza del cantante.
…perché dall’ottantesimo secondo di Slottet #2.
…perché la carta vetrata non è solo la carnazza garage dei uai strais. Keen on these boys!
…perché qualche giorno fa John Peel ha passato un loro demo su quattro piste alla bibbisi’.
…perché gli strati di distorsioni alla Slowdive, ma non alla maniera lenta-e-4-a-d dei sigurrosi.
…perché si vede che non sono molto obiettivo nel parlare.
…perché falling again is what you want.

Ho sentito il nuovo dei Mogwai e…

…mi sembra molto leccato, pieno di vociuzze sintetiche e sostanzialmente sulla scia di Rock Action. Rivoglio il delirio di Mogwai Fear Satan!

Oggi


La canzone del giorno

This Is Just A Modern Rock Song - Belle And Sebastian

22.4.03

Il miglior video dell’anno

Salve, sono il signor Electric Six e ho un grosso problema. Dopo aver fatto ballare il mondo intero con Danger! High Voltage! ed essermi preso una pausa sufficiente a scongiurare il “pericolo della sovraesposizione” (cit.), devo mettere a segno un colpo che sia almeno paragonabile al mio esordio. La signora Electric Six, che nel frattempo mi ha avuto in giro per casa e già non ne può più di me, è scettica e ha compilato preventivamente il modulo d’adesione alla COW (Confederation of One-hit Wonders). Ora, non è che mi spaventi la prova d’ingresso preparata da quei mattacchioni dei Twenty For Seven, visto che con tutta probabilità si tratterà di rubare le mutande di Tasmin Archer, metterle in testa, correre sotto casa della cantante delle 4 Non Blondes e cantare a squarciagola Pump The Jam dei Technotronic, vestito da Papa Winnie. Come diceva Queen Latifah, se c’è riuscita Carla Rocchi ce la posso fare anch’io. Il problema non è questo: io voglio essere una star, voglio essere dentro alla televisione di Donne allo specchio, come è già capitato a Sposini e a Giacomo Crosa. Io voglio dare almeno due colpi. E la canzone è pronta, si chiama Gay Bar e piace tantissimo pure a quella noiosona della signora Electric Six. Ma al giorno d’oggi non basta più la canzone, devo preparare anche un video che non mi dia possibilità di fallire, che sia passato come Video O’Clock su Countdown.
Se fossi il signor Electric Six, avrei in tasca il segreto del mio successo: scritturerei le Gattine Vichinghe.

(Il filmato è un flash che può essere visto agevolmente anche da chi ha una striminzita bandina analogica come me. Perciò, consiglio a tutti di guardarlo perché è esilarante.)

Turn over

Da sempre i Massive Attack hanno avuto il problema della voce femminile dal vivo, tanto che nei tour successivi a Protection e Mezzanine le canzoni in cui apparivano Tracey Thorne e Bettina Fraser non venivano quasi mai riproposte. Nei concerti successivi all’uscita di 100th Window invece hanno cambiato idea: i classici black sono stati affidati a Debbie Miller, mentre le canzoni della O’ Connor e della Fraser sono passate a Dot Allison, che la maggior parte di voi ricorderà per i la-la-la in compagnia del fidanzatino dei Death in Vegas all’interno di uno spot di una nota marca di jeans. Il risultato è stato così così, ma 3D può dirsi fortunato: per lo stesso motivo Nick Cave è stato costretto a baciare una sera sì e una no Blixa Bargeld al posto di PJ Harvey, ogni volta che cantavano insieme Henry Lee.

Casa e putia (phew, sono riuscito a evitare come titolo Fedeli alla linea e Affinità e divergenze)

Spericolato tentativo di Luca Sofri di coniugare musica e bottegone. Se non cercassi disperatamente di rimuovere la questione, mi collegherei a The Dining Rooms per parlare del nuovo singolo dei La Crus, visto che li accomuna la presenza di Cesare Malfatti. Dicevo dei La Crus: palesemente cotti, cercano di aprire al movimento proprio ora che il correntone della dance è passato di moda; nei testi non dicono più niente di personale, in pieno spirito riformista. Mauro Ermanno Giovanardi (Yuri) deve decidersi: o si fa crescere i baffetti da sparviero o ritorna al rosso acceso degli esordi. Dopo ciò, se avevate ancora dubbi sul nuovo disco del gruppo milanese, ora avete una ragione in più per evitare di comprarlo.

Paul McCartney And The Swing (sognavo da anni un titolo con l’anagramma)

Rendiamo grazie a Robbie Williams.

Oggi

Ritorni.

La canzone del giorno

My Man’s Gone Now - Nina Simone

17.4.03

Ho sempre te

Cristina Donà comincia il nuovo disco con un benvenuto. No, lo comincia con i preparativi del benvenuto: padrona di casa attenta dispone i particolari, dipinge col suo oro i sogni di cui non mi ha ancora parlato. Il suo giardino è in mia attesa. Voi potete pure lasciarci soli. Ritroverò quel che avevo perso, le sue sorprese, dopo quattro anni passati a guardare fotografie di quelle passate. Il suadente preliminare che apre Dove sei tu ritornerà alla fine del disco, se si eccettua la traccia bonus del remix di Triathlon, nella circolarità di un abbraccio infinito, di un giardino che non si chiuderà mai.
Torna così la voce più bella delle ragazze italiane, luminosa come stella buona anche quando è inquieta, capace di sinuose danze e acute capriole bambine. Assistita da Davey Ray Moor, che le cuce addosso suoni più morbidi e pop, Cristina Donà dà l’idea di essere in pace con se stessa più che in passato. Non abbandona invece le delizie degli scorci minimi a due, che anzi sono il tema conduttore del disco, e accanto a questi si affacciano sprazzi di ironia giocosa.
All’entrata del giardino si fa subito Invisibile e la dolcezza fragile delle domande trova un contrappunto nascosto nella tensione che semina la batteria. In fondo al mare ha nel ritornello degli incantevoli tuffi di note dai tintinnanti imperativi al più profondo blu, mentre la chitarra descrive bolle che risalgono in superficie. La fuga atletica ed electro di Triathlon, replicata pure nel Casa Sonica Remix di Samuel dei Subsonica, è utile nell’introdurre una svolta ritmica, ma la metafora su cui ruota la canzone mi pare un po’ forzata. Segue The Truman Show (Lui riprende dall’alto), ruvido rock in cui la voce di Cristina sfodera il suo lato più tagliente in un’ossessione da osservazione che allude a tutto tranne che ai programmi televisivi. La title-track, Dove Sei Tu, rallenta l’andatura in un dondolio notturno impreziosito dal duetto jazzato tra pianoforte e tromba. Il Mondo non è purtroppo la cover di Jimmy Fontana, ma è ugualmente curiosa nel suo mischiare fisarmonica (o ghironda?) e ritmi reggaeggianti. L’Uomo Che Non Parla vede Cristina gigioneggiare tra gospel, urletti e gorgheggi divertiti fino alla chiusa davvero irresistibile di “Eh, sì, più di uno anche”. La sua imitazione di una tromba introduce l’unico pezzo in inglese, Give It Back (To Me), blues alla maniera di PJ Harvey giusto meno nervoso. Salti Nell’Aria (Milly’s Song), canzone scritta per la figlia nata a Davey durante la produzione del disco, è una melodia strappasorrisi che sembra uscita da un musical, infantile e classica nel suo vestito lussuoso. Prima della chiusura rimane appena Un Giorno Perfetto, in cui ricorre il tema della fine, della fine di agosto, della fine di qualcosa che ci sembra irripetibile ma che forse, prima o poi, ritornerà.

She Rocks

Una raccolta di foto di ragazze con basso o chitarra. Incompleta, ma utile ad avvalorare la tesi che le ragazze nelle band tendono ad essere bassiste.

La nuova Europa: La 25ma, ora

Non ci crederete ma su Viva Polska hanno mandato di seguito per venticinque volte il video di Twenty Five To Midnight di Sting.

Oggi

Una volta si diceva buone vacanze. A tutte e a tutti.

La canzone del giorno

Femme Fatale - The Velvet Underground And Nico

15.4.03

Fratellini

Quando si parla di musica italiana si corre spesso un doppio rischio. Il pregiudizio della provenienza potrebbe spingere verso critiche ingenerose, condite da un filo di spocchia, che eviteremmo se invece avessimo in mano l’ultima sensazione scozzese, la sconosciuta novità giapponese o l’affermato artista all’ennesima conferma. Ultimamente però, forse anche per combattere una crisi non solo di vendite ma anche creativa, si è diffusa una politica di sostegno che coccola i nostri musicisti: quando il disco è buono non si nega un voto in più; quando invece non convince ci si limita alla cronaca, se non al pettegolezzo. Il noto complesso ha già colpito le riviste inglesi con conseguenze che conosciamo, sia sulla stampa che sulla qualità dell’offerta musicale d’oltremanica. Insomma, nel parlare per la prima volta di un gruppo italiano, anche se canta in inglese, cercherò di essere una via di mezzo tra l’anZiano che ha visto tutto e le esplosioni di generosità fraterna (minore, eh).
Gli Yuppie Flu sono di Ancona e sono usciti da circa un mese in Italia, ieri in Europa, col loro nuovo disco intitolato Days Before The Day. Se tempo fa potevano essere considerati degli epigoni dei tardi Pavement con richiami anche ai dEUS, nell’ultimo EP e nell’ultimo cd hanno introdotto ulteriori influenze quali quelle provenienti dai gruppi pop-psyke (Mercury Rev, Flaming Lips, Delgados) con una spolverata di microfratture elettroniche, tanto di moda ultimamente in ambito indie. Persino la voce di Matteo Agostinelli allude nella sua nasalità, da molti poco amata, alle giravolte di Donahue in Deserter’s Songs. Dosando orpelli e velocità, gli Yuppie Flu evitano uno scenario uniforme spaziando tra ballate trasognate (Dreamed Frontier, Spring To Downcomers, la rotonda Drained By Diamonds) e accelerazioni elettriche (Food For The Ants, Eyes Of Dazzling Bright e Silverdeer). Il disco suona ben fatto e aspira a fare parte di una scena europea, tuttavia mostra proprio il limite di una eccessiva aderenza al modello di partenza. Discreto, ma al terzo lavoro della nuova promessa del rock indipendente italiano dovrebbe essere lecito aspettarsi maggiore personalità.

L’acidità e tutto il resto

Se non l’avete già fatto, andate a leggervi l’inizio della vera storia di Melvin, il leader dei Petunias.

Bless this mess

Assunto di partenza: chi possiede più di cento dischi è un maniaco.

Siccome le manie non vengono mai da sole, c’è il problema dell’ordine. Persino il più pigro dei musicofili ha messo a punto e sperimentato il suo personale sistema di disposizione dei cd. Io per esempio li suddivido in pile per generi, quindi raggruppo i cd di un singolo artista e li inserisco nella pila secondo la mia attuale voglia di sentirli. Quando sento un disco non lo ripongo nel luogo di partenza, ma in cima alla pila. Dopo qualche tempo alla base della torretta si depositano i cd che ho comprato/masterizzato per moda, i cd più vecchi e/o difficili, i cd ritrosi e timidi. A questo punto mi dedico proprio alla base e dopo, di solito, riordino le pile secondo il dettame del primo passo o simile. I metodi di ordinamento sono certo moltissimi, ma possono essere ricondotti ad una serie di famiglie. Qualcuno si è infatti preso la briga di sistematizzare gli approcci, coi loro pro e contro, in undici comode categorie.

La nuova Europa: Witowy Marta!

Mettevo in ordine tematico i ritagli degli articoli di Maria Venturi su Oggi per valutare se e come avesse cambiato opinione, quando mi sono imbattuto in un commento ad un post di quasi venti giorni fa. Forse dovrei controllarli più spesso. In risposta ad una breve riflessione su Marcin Rozynek la cara Marta, che ci scriveva dalla Polonia, si rammaricava in questo commento di non capire l’italiano. Pertanto non sapendo se abbia letto la mia risposta, ormai finita negli archivi, vorrei dirle due parole di benvenuto.

Welcome Marta, I hope you found my blog useful to you and I hope you’ll keep on reading it too, even if you don’t speak italian. I don’t know whether you’re Marta Berens or not, but in that case I want to tell you that, last week, your red eyeshadow was so gorgeous. Bye and stay tuned.

Oggi

Ordini e influenze.

La canzone del giorno

Under The Influence - The Chemical Brothers

14.4.03

Grande. Ma quanto grande?

Prossimamente The Matthew Herbert Big Band.

Sei miliardi e uno, sei miliardi e due, sei miliardi e tre.

Si vocifera di una possibile asta per l’acquisto della Universal Music tra l’indecisa Apple, che per prima aveva mostrato il suo interesse, e la Microsoft. Adesso qualcuno spiegherà a Bill Gates che per vincere l’asta non dovrà copiare l’offerta del concorrente?

They only want you when you’re seventeen

Ma il poster era suo o di un sosia? Meno male che abbiamo il DNA per scoprirlo.

Chi sceglierà Lucia? E chi Karim?

Devo una risposta ai ragazzi di Tre di Tre (già Paralysis By Analysis), che si chiedono come mai sia presente nel mio blog un riferimento agli amici di Maria De Filippi: parlando di Carla Bruni, Les Inrocks aveva contrapposto le calde imperfezioni della Bruni alla musica da accademia televisiva. Come per magilla molti uomini e donne sono arrivati qui cercando il video del balletto di Anbeta con Carla Fracci, ma giuro che almeno in quel caso non è stato un mezzuccio, come può essere invece la rubrica La nuova Europa nata apposta per catturare l’attenzione del pubblico polacco.

P.S.: Riguardo a Cat Power, io ne avevo parlato già qualche mese fa e sono d’accordo con quello che ha scritto Roberto.

Oggi

Numerique.

La canzone del giorno

Combination Of The Two - Big Brother & The Holding Company