28.1.03

Con la luce accesa

Uno dei dischi più suonati nel mio lettore dallo scorso agosto è “Turn on the bright lights” degli Interpol. Descrivere la musica degli Interpol senza snocciolare una lista di nomi è impossibile. Diciamo che il loro primo intento non è l’originalità. Hanno delle influenze ben precise e non le nascondono, intrecciandole lungo le canzoni, in maniera spudorata ma non certo banale. Difetto abbastanza pesante nell’annata del presunto rinascimento rock ad opera di cloni spesso arroganti, spocchiosi e newyorkesi. Qualcosa però li salva e sono proprio le loro canzoni. So che i primi minuti di “Say Hello To The Angels” sono un plagio spudorato di “This Charming Man” degli Smiths. So che le chitarre ricordano ora i Television di Tom Verlaine, ora i Cure. So che la voce del cantante Paul Banks si avventura sui passi di Ian Curtis, giusto con qualche tentazione melodica, a seguire una sezione ritmica che deve molto proprio ai Joy Division. So che la fine del disco ricorda certe cose di Echo & The Bunnymen.
Nonostante questo, non riesco ad attribuire alla mancanza di sorpresa sonora una corrispondente mancanza di credibilità. Non provo il desiderio impulsivo di prendere i vecchi dischi, come mi accadeva con gli Strokes. Queste canzoni descrivono emozioni attraverso scarti melodici e ritmici, giocano con aperture e crescendo senza mai risolversi completamente, si lasciano cantare senza sembrare parodia del passato. Riscattano l’enorme debito con la loro scelta di ‘genere’, semplicemente attraverso se stesse.
Certo chi ha vissuto “quei giorni” o conosce bene quel periodo musicale si avvicinerà al disco o con sufficienza o con nostalgia. Ma alla fine rimarranno l’addizione continua di “Untitled”, le chitarre gemelle di “Obstacle 1”, la dolcezza metropolitana di “NYC”, il ritmo trascinante di “PDA”, le scelte melodiche di “Say Hello To The Angels”, l’indolenza triste di “Hands Away”, la tensione di “Obstacle 2”, il titolo (e non solo) di “Stella Was A Diver And She Was Always Down”, l’epicità punk del finale di “Roland”, la voce di Banks in “The New” e quella sequenza ritornello-riff-voce che interrompe all’improvviso “Leif Erikson” e il disco.
Non mi resta che dire casco ben allacciato, luci accese anche di giorno e soprattutto volume alto.